L’Istria nella Grande guerra: Sissano ricorda Wagna
Esodo, esilio, profuganza, che dir si voglia; sta di fatto che nel maggio del 1915 le autorità austro-ungariche ordinarono l’evacuazione del Capitanato di Pola. In breve tempo, nel giro di una decina di giorni, con treni che portavano verso nord 8000 civili al giorno, tutti gli abitanti a sud della linea che va dal Canal di Leme al Canal d’Arsia (tranne un massimo di 10% di militari e funzionari pubblici indispensabili) furono allontanati dalle proprie case, che non rivedranno per anni, fino alla fine della Grande Guerra. Evacuazione forzata, coattiva, obbligatoria.
Di questo ha parlato ieri sera, l’8 aprile 2016 alla Comunità degli Italiani di Sissano l’illustre ospite, il dr. Dean Krmac della società umanistica Histria di Capodistria, uno dei massimi esperti del settore. L’attento pubblico ammirava i suoi grafici, le statistiche, il suo egregio lavoro sui libri parrocchiali, le liste di Sissanesi nati e morti a Wagna, ma anche l’informazione di una coppia che si è ivi giurata eterna fedeltà.
In apertura di serata abbiamo ascoltato il maestro Marin Premate al pianoforte, che ha eseguito una delle canzoni nate e composte nel campo profughi di Wagna, dal simbolico titolo „Alle baracche“ del maestro C. A. Seghizzi. In chiusura invece il coro maschile del sodalizio locale ha eseguito un requiem, in onore di tutti i morti di Wagna, ma anche degli altri campi profughi…
Stando ai censimenti asburgici, l’Istria, a cavallo tra il XIX e il XX secolo, subì un’espansione demografica che non vedrà mai prima né dopo, espansione per sempre interrotta dalla Prima guerra mondiale (basti prendere l’esempio di Pola, che tra il 1857 e il 1910 registrò un incremento pari al 1995%). I motivi di tale sfollamento sembra siano stati due, uno di carattere militare, l’altro di carattere umano. Bisognava difendere il principale porto austriaco dagli attacchi militari e salvare le persone della zona mettendole al sicuro. Persone che, nonostante l’epidemia di morbillo che li ha aspettati in loco, se la sono passata leggermento meglio che i loro vicini, amici, conoscenti e parenti, i compaesani di Lisignano e Medolino, spediti invece a Gmünd, molto più lontano, e decimati dalla tristezza, dalla dissenteria e dalla fame. Nel 1915 Wagna era la più grande città istriana (contava 15000 persone, mentre Pola all’epoca ne aveva più di 13000).
A Wagna, costituita principalmente da baracche di legno ma esempio per gli altri campi, c’erano 4000 ragazzi che frequentavano le scuole, c’era l’illuminazione pubblica, l’acquedotto, la ferrovia ferrovia locale per distriburie le merci, c’era il maestro Cesare Augusto Seghizzi che aveva messo su un coro, un coro che con le villotte istriane si era presentato a Vienna e a Graz, in onore e alla presenza di Maria Gioseffa, la figlia dell’ultimo imperatore di Austria e Ungheria. A Wagna si viveva, si nasceva e si moriva, anche il cimitero è purtroppo cosparso di croci bianche poiché l’84% dei defunti era rappresentato dai meno resistenti e inermi bambini… A Wagna si scriveva, si leggeva, c’era la gazzetta di campo, la panetteria, si tesseva, si commerciava, si costruivano cesti da vimini che venivano venduti nella vicina Leibniz… I nemici erano la nostalgia, le malattie infettive, il freddo! A Wagna si cucinava, in assenaza di refettorio il cibo veniva distribuito direttamente nelle baracche, caffè e zucchero a colazione, a pranzo si alternavano pietanze quali patate, fagioli, jota, carne, riso, orzo, mentre la cena si basava sulla polenta, rinforzata da insalata, formaggio o caffè.
Nel corso del 1918, a guerra finita, gli esiliati sopravvissuti poterono dunque tornare alle proprie dimore, ai casolari a lungo abbandonati e deserti. Wagna sarà poi utilizzata dalla Wehrmacht, diverrà quindi museo! Il dr. Krmac si è permesso infine di fare un paragone tra allora e oggi, facendo notare che in cento anni l’uomo non ha imparato niente, nulla è cambiato, filo spinato allora e filo spinato oggi!
Concedetemi di dire: dalla Stiria alla Siria!
Antonio GIUDICI







