A colloquio con Ljiljana Avirović

24.08.2020.

Passione, formazione e tanta lettura: così si diventa traduttori letterari

• “La tra­du­zi­one è la pri­ma for­ma di cri­ti­ca let­te­ra­ria, che per­met­te all’autore di acqu­isi­re mag­gi­ore con­sa­pe­vo­le­zza del suo testo.”

Claudio Magris

• Secondo i dati del “Rapporto sul­lo sta­to dell’editoria in Italia 2018” redat­to dall’Associazione Italiana Editori, nel 2017 il mer­ca­to del libro sem­bra­va con­fer­ma­re per il ter­zo anno con­se­cu­ti­vo l’uscita da un lun­go peri­odo di rece­ssi­one. Anche il nume­ro di libri ita­li­ani tra­dot­ti era tutt’altro che irri­le­van­te: nel 2017 le case edi­tri­ci ita­li­ane han­no ven­du­to all’estero com­ple­ssi­va­men­te 7.230 dirit­ti di edi­zi­one ai col­leg­hi stra­ni­eri e han­no com­pra­to dirit­ti per 9.290 tito­li. Rispetto al 2016 un 10,1% di cres­ci­ta nel­le ven­di­te all’estero. Trend insom­ma che face­va­no spe­ra­re in un futu­ro positivo.

Poi è arri­va­ta la pandemia.

Il 26 mag­gio scor­so, in diret­ta web, il pre­si­den­te dell’Associazione Italiana Editori sti­ma­va che, causa chi­usu­ra del­le libre­rie duran­te i pri­mi quat­tro mesi dell’anno, la per­di­ta pre­vis­ta per il set­to­re a fine 2020 potreb­be aggi­rar­si tra i 650 e i 900 mili­oni di euro su un fat­tu­ra­to di 3,2 mili­ar­di: 18.600 i tito­li non pub­bli­ca­ti, 2.500 quel­li non tra­dot­ti per un tota­le di 40milioni di libri persi.

Sull’importanza del­la let­te­ra­tu­ra come stru­men­to di conos­cen­za cul­tu­ra­le non c’è mol­to da aggi­un­ge­re. Sul valo­re asso­lu­to e “rela­ti­vo” del­la let­te­ra­tu­ra tra­dot­ta, for­se si. In mol­ti paesi esis­to­no Fondi di sos­teg­no alla tra­du­zi­one (ad esem­pio paesi come Svezia, Danimarca e Norvegia han­no una poli­ti­ca cul­tu­ra­le che sup­por­ta il mon­do del­le tra­du­zi­oni) e anc­he all’in­ter­no dell’Unione Europea vi è un ente preposto.

Ma cosa vera­men­te acca­de nel mon­do del­la tra­du­zi­one let­te­ra­ria “nos­tra­na” e quali sono le reali dif­fi­col­tà incon­tra­te da chi corag­gi­osa­men­te ne entra a far par­te? E come si carat­te­ri­zza oggi il pano­ra­ma del­la tras­po­si­zi­one let­te­ra­ria dall’italiano nel­le lin­gue sla­ve e vice­ver­sa? Ne abbi­amo par­la­to con Ljiljana Avirović.

“Le pro­ble­ma­tic­he sono conos­ci­ute da tem­po – com­men­ta Ljiljana. Gli auto­ri, se solo un po’ noti e accre­di­ta­ti, mol­to spe­sso tro­va­no da soli l’editore ita­li­ano. Gli edi­to­ri, a loro vol­ta, com­pe­ra­no i volu­mi pre­mi­ati a livel­lo euro­peo sen­za chi­eder­si trop­po del­la qualità degli ste­ssi e del­la possi­bi­lità di una buona tra­du­zi­one. Le gene­ra­zi­oni di tra­dut­to­ri ita­li­ani che tra­du­co­no dal cro­ato, dal ser­bo o dal russo in ita­li­ano stan­no cam­bi­an­do, com’è gius­to che sia, ma non è det­to che i giova­ni tra­dut­to­ri siano in gra­do di affron­ta­re le pro­ble­ma­tic­he di un volu­me dav­ve­ro ben scrit­to. S’impone da subi­to la nece­ssità di for­mar­li. In Italia l’albo dei tra­dut­to­ri non esis­te, i tra­dut­to­ri accor­da­no il pre­zzo del­le car­tel­le con l’editore facen­do­si umi­li­are al riba­sso. Questo è solo l’incipit del pro­ble­ma che, però, per­sis­te da sem­pre. Nella Iugoslavia di un tem­po, e ora in varie sue ex repub­blic­he, esis­te­va­no ed esis­to­no asso­ci­azi­oni di tra­dut­to­ri let­te­ra­ri, vale a dire un vero albo, di cui non si entra a far par­te per caso. Certo, ciò è una garan­zia per la tra­du­zi­one dal­le lin­gue stra­ni­ere – dall’italiano per esem­pio – ma non lo è in sen­so oppos­to. Se a tale pro­ble­ma­ti­ca aggi­un­gi­amo la quasi tota­le man­can­za di redat­to­ri con conos­cen­za di una lin­gua sla­va, allo­ra il pro­ble­ma si fa da solo mol­to evidente.

Nella mia quaran­ten­na­le espe­ri­en­za di tra­du­zi­one, ho fat­to un cen­ti­na­io e più di sche­de illus­tra­ti­ve dei migli­ori auto­ri, le ho spe­di­te agli edi­to­ri e mol­ti di ques­ti auto­ri li ho anc­he tradotti.”

Ljiljana Avirović è tra­dut­tri­ce let­te­ra­ria dal 1979, anno in cui a Zagabria ini­zia a col­la­bo­ra­re con la casa edi­tri­ce Grafički Zavod, tra­du­cen­do in cro­ato le ope­re di Claudio Magris “Danubio” e “Illazione su una sci­abo­la”. Da quel momen­to in poi la sua atti­vità nel set­to­re del­la tra­du­zi­one let­te­ra­ria si è fat­ta mol­to inten­sa: anco­ra Magris con l’e­di­to­re Durieux (“Trieste un’i­den­tità di fron­ti­era”, “La Mostra”, “Alla cieca”, “Stadelmann”) ma anc­he altri auto­ri ita­li­ani, come Saba, Pasolini, Sgorlon.

“Si, è anti­ca la mia espe­ri­en­za tra­dut­ti­va in quel­la gran­de casa edi­tri­ce, dove ho avu­to occa­si­one di incon­tra­re redat­to­ri let­te­ra­ri di massi­mo livel­lo, come Berty Goldstein, Nenad Popovic e mol­ti altri. Ci inseg­na­va­no non solo a tra­dur­re ma, soprat­tut­to, a leg­ge­re. Goldstein vole­va sem­pre tra­dut­to­ri giova­ni per poter­li pla­sma­re secon­do la nece­ssità del libro o del­lo sta­to da cui pro­ve­ni­va. Così a Zagabria abbi­amo pub­bli­ca­to tra i pri­mi “Il nome del­la rosa” di Umberto Eco (tra­dot­to da Morana Čale) e, pri­mi in asso­lu­to, “Danubio” di Claudio Magris. È inte­re­ssan­te sot­to­li­ne­are che lo ste­sso edi­to­re ha pub­bli­ca­to “Verde acqua” di Marisa Madieri, ope­ra che par­la corag­gi­osa­men­te dell’esodo istri­ano dal­ma­ta. I tem­pi di cer­to non era­no pro­pen­si a un simi­le tema.”

Vivi da mol­ti anni a Trieste, sto­ri­ca­men­te luogo d’incontro mul­ti­cul­tu­ra­le e cro­ce­via di ani­me diver­se, e per ques­to hai un pun­to di vis­ta pri­vi­le­gi­ato che ti con­sen­te valu­ta­zi­oni sul reale inte­re­sse che i let­to­ri ita­li­ani mani­fes­ta­no nei con­fron­ti degli auto­ri dell’Est-Europa. Il cri­te­rio con il quale le case edi­tri­ci ita­li­ane o stra­ni­ere deci­do­no di tra­dur­re o meno dei tes­ti è uni­ca­men­te lega­to alla fama di un auto­re o ci sono altre com­po­nen­ti di mercato?

“La Iugoslavia e ora la Croazia, la Serbia, la Macedonia, la Bosnia Erzegovina, pro­por­zi­onal­men­te all’Italia sono dav­ve­ro pic­co­le e in ser­bo e in cro­ato e in altre lin­gue vici­ne è sta­ta tra­dot­ta quasi tut­ta la let­te­ra­tu­ra ita­li­ana. È gius­to così. I gran­di ita­li­ani ci han­no inseg­na­to a com­por­re il sonet­to, i gran­di tra­dut­to­ri ci han­no inseg­na­to a tra­dur­re Dante, Petrarca, Tasso… Effettivamente non dovrem­mo tener con­to uni­ca­men­te del rap­por­to per­cen­tu­ale, ma di quel­lo che abbi­amo da pro­por­re come qualità let­te­ra­ria. Personalmente mi sono sem­pre ado­pe­ra­ta affin­c­hé i più gran­di siano tra­dot­ti in ita­li­ano e vice­ver­sa. Un po’ più di ordi­ne, in ques­to sen­so, non guasterebbe.”

L’importanza del­la for­ma­zi­one. In Italia fino agli anni 70 non esis­te­va­no Scuole per la Traduzione e quel­la di Trieste è sta­ta tra le prime.

“Se pen­si­amo alle scu­ole di tra­du­zi­one, la Scuola per Interpreti e Traduttori di Trieste van­ta un bel pri­ma­to e non è un caso che sia sta­ta fon­da­ta pro­prio a Trieste. Con una pun­ta di orgo­glio dico di aver tras­cor­so e di tras­cor­re­re anco­ra la mia espe­ri­en­za di inseg­na­men­to in quel­lo ste­sso isti­tu­to. Un’altra cosa sono le scu­ole di scrit­tu­ra e di tra­du­zi­one let­te­ra­ria come quel­la, cele­bre, fon­da­ta a Torino da Magda Olivetti nel 1992. Li sì che si inseg­na­va la tra­du­zi­one let­te­ra­ria e la scrit­tu­ra cre­ati­va, veni­va­no chi­ama­ti a inseg­na­re i migli­ori tra­dut­to­ri ita­li­ani del­le lin­gue più note dal­le quali si operava.”

Nel 2012 hai fon­da­to a Pola l’Istituto Europeo di Traduzione Letteraria “Janus Pannonius” e lì è sta­to anc­he orga­ni­zza­to un cor­so sul­la pra­ti­ca e sul­la teoria del­la tra­du­zi­one let­te­ra­ria. Quali era­no le aspet­ta­ti­ve e come stan­no andan­do le cose?

“Nel 2012 abbi­amo chi­ama­to a Pola Magda Olivetti, per tene­re a bat­te­si­mo la SETL, Scuola Europea di Traduzione Letteraria, inti­to­la­ta a Janus Pannonius. Grandi ambi­zi­oni di lega­me tra Croazia e Italia anc­he per­c­hé la cele­bre Scuola Interpreti è sta­ta ed è tut­to­ra un “pun­to di appog­gio”. Abbiamo pub­bli­ca­to nume­ro­si volu­mi, abbi­amo stu­di­ato e con­ti­nu­iamo a stu­di­are le pro­ble­ma­tic­he del­la tra­du­zi­one poeti­ca e let­te­ra­ria. È splen­di­do sco­pri­re, lavo­ran­do, i talen­ti del­la tra­du­zi­one let­te­ra­ria e, in ogni bien­nio, ne ho sco­per­ti alme­no due. L’ultima tra­du­zi­one, dif­fi­ci­li­ssi­ma, di “Una don­na sen­za nome” di Vladimir Stojsavljević, ad ope­ra di Veronica Bonelli, sarà pub­bli­ca­ta in autun­no per il pub­bli­co ita­li­ano. Com’è bel­lo per me lavo­ra­re con cre­atu­re del gene­re! Per esem­pio, vor­rei che Vanesa Begić e Antonio Giudici por­ta­sse­ro avan­ti il dis­cor­so del­la Scuola di Pola. Sono capa­ci­ssi­mi e sapreb­be­ro farlo.”

Anche ques­to lavo­ro ha per così dire risvol­ti di carat­te­re “tec­ni­co” che pre­sup­pon­go­no diver­se fasi ope­ra­ti­ve, maga­ri decli­na­te in modo per­so­na­le. Ma ciò che acco­mu­na tut­ti i tra­dut­to­ri è il sen­so di res­pon­sa­bi­lità nei con­fron­ti dell’autore che si tra­du­ce. Quanto con­ta­no gli anni di espe­ri­en­za per fare una buona tra­du­zi­one letteraria?

“Generalmente è l’esperienza a dar­ci sicu­re­zza e in mol­ti casi è suf­fi­ci­en­te. In ques­to caso non bas­ta. Personalmente, ho tra­dot­to una quin­di­ci­na di libri di Magris in cro­ato e altret­tan­ti di Jergovic in ita­li­ano e posso dire che, quan­do si trat­ta­no auto­ri così impor­tan­ti, ogni sin­go­lo libro è com­ple­ta­men­te diver­so dal pre­ce­den­te. Ogni vol­ta che ci approc­ci­amo alla tra­du­zi­one dob­bi­amo stu­di­are le varie fasi di avvi­ci­na­men­to e com­por­tar­ci di con­se­gu­en­za. Certo è che poi ogni tra­dut­to­re ha dirit­to alla pro­pria “mana­ta”, alla pro­pria arte traduttiva.”

Quanto è impor­tan­te l’empatia con un tes­to, ovve­ro il “sen­ti­re” il mon­do del­l’a­uto­re, per otte­ne­re i risul­ta­ti migliori? 

“Se un tra­dut­to­re pro­po­ne, per­su­aso del­la qualità, un auto­re all’editore, allo­ra sig­ni­fi­ca che l’empatia è già sta­ta cre­ata. Personalmente, incon­tra­re i miei auto­ri e con­sul­tar­mi con loro è l’ultima fase pri­ma del­la con­seg­na dell’opera. Per giun­ta, Claudio Magris ha l’ottima abi­tu­di­ne di pre­pa­ra­re una spe­cie di vade­me­cum del­le cita­zi­oni e del­le pro­ble­ma­tic­he per tut­ti i suoi tra­dut­to­ri nel mon­do. Certo, all’Avirović non bisog­na spi­ega­re dov’è e cos’è il Caffè San Marco, ma al suo col­le­ga giap­po­ne­se sì. Quando non vi è possi­bi­lità di con­sul­ta­re l’autore – e ques­ta è una situ­azi­one che ricor­re spe­sso – non rima­ne che l’amore nei con­fron­ti del libro scrit­to e lo stu­dio intor­no alle sue pro­ble­ma­tic­he. Emblematico per me è il caso di M. Bulgakov e del suo roman­zo “La vita del sig­nor de Molière”. Splendido lavo­ro di intu­izi­one dell’autore su cos’era la vita di un intel­let­tu­ale e del suo rap­por­to con il pote­re. Anche ogni buon tra­dut­to­re, convin­to di trat­ta­re un’opera d’arte, deve saper dire di no alla tiran­nia, che sia quel­la del­le teorie tra­dut­ti­ve o quel­la dell’editore. Ogni tra­dut­to­re deve esse­re “demi­ur­go sull’opera altrui”, come ha det­to Morana Čale nell’omonimo libro.

Quali con­si­gli ti sen­ti di dare a colo­ro che desi­de­ra­no svol­ge­re la pro­fe­ssi­one di tra­dut­to­re letterario?

“Negli ulti­mi 35 anni ho orga­ni­zza­to nume­ro­si conveg­ni sul tema del­la tra­du­zi­one let­te­ra­ria e sono sta­ti tut­ti mol­to segu­iti. Abbiamo avu­to come ospi­ti auto­ri tra i più tra­dot­ti, come Umberto Eco, Claudio Magris con accan­to i loro tra­dut­to­ri euro­pei. Sono inter­ve­nu­ti pres­ti­gi­osi edi­to­ri ita­li­ani con a capo Giulio Einaudi e cele­bri tra­dut­to­ri ita­li­ani, da Fernanda Pivano a Valerio Magrelli. Anche se pro­prio Giulio Einaudi ris­po­se che la sua casa edi­tri­ce ave­va un par­co “scel­to e chi­uso” ad uno stu­den­te che gli chi­ede­va come entra­re a far par­te del suo team, io non ho mai sme­sso di inco­rag­gi­are colo­ro che han­no passi­one per ques­to lavo­ro per­c­hé non c’è un lavo­ro più faci­le da quel­lo che si ama! E noi docen­ti dob­bi­amo esse­re capa­ci di rico­nos­ce­re in un alli­evo il talen­to per la tra­du­zi­one. Tutto il res­to è solo un piace­re. Tanto per il docen­te, quan­to per l’allievo.”

Testo e foto­gra­fie Luisa SORBONE