FLIT: Incontriamo l’autore Fabio Geda

21.10.2020.

Il ris­pet­to del­la diver­sità e la magia dell’incontro  “È faci­le amar­si e ris­pet­tar­si nell’uguaglianza, nel­la sovrap­po­si­zi­one. Più dif­fi­ci­le, ma urgen­te, è impa­ra­re ad amar­si e ris­pet­tar­si nel­la diver­sità, in ciò che ci dis­tin­gue e ci ren­de uni­ci. Siamo tut­ti diver­si: ques­ta è l’unica cosa che ci ren­de dav­ve­ro uguali”

- Fabio Geda, “Potere alla parola”

Fabio Geda si occu­pa da mol­ti anni di temi lega­ti alla migra­zi­one e all’educazione dei giova­ni disa­gi­ati. Fa il suo esor­dio nel mon­do let­te­ra­rio nel 2007 con “Per il res­to del viag­gio ho spa­ra­to agli indi­ani”, la sto­ria di un raga­zzi­no rume­no che affron­ta un fati­co­so e dif­fi­ci­le viag­gio attra­ver­so l’Europa alla ricer­ca del padre e del nonno.

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La sua ope­ra più conos­ci­uta, “Nel mare ci sono i coc­co­dril­li”, esce nel 2010 ed è il rac­con­to del­la sto­ria vera di Enaiatollah Akbari, un bam­bi­no fug­gi­to dall’Afghanistan alla vol­ta del­la Grecia. Un libro in cui Fabio Geda ries­ce a nar­ra­re con gran­de sen­si­bi­lità la real­tà di chi sce­glie l’emigrazione come uni­ca via d’uscita nel­la spe­ran­za di un futu­ro migli­ore. Sempre sul tema del­la diver­sità e del valo­re del­le rela­zi­oni all’interno dei nuclei fami­li­ari sono incen­tra­ti i suoi roman­zi suc­ce­ssi­vi, tra i quali “L’esatta sequ­en­za dei ges­ti”, “L’estate alla fine del seco­lo”, “Se la vita che sal­vi è la tua”, “Anime scal­ze”, “Una dome­ni­ca” e il più recen­te “Storia di un figlio. Andata e ritorno”.

Quella nar­ra­ta in “Una dome­ni­ca” è una sto­ria ambi­en­ta­ta in un con­tes­to di appa­ren­te nor­ma­lità. Non rac­con­ta di even­ti di per sé ecce­zi­ona­li, ci mos­tra, piut­tos­to, come sia possi­bi­le tra­sfor­ma­re la quoti­di­anità in qual­co­sa di ecce­zi­ona­le. La sfi­da, ques­ta vol­ta, assu­me i toni inti­mis­ti­ci dell’”andare oltre”: oltre le conven­zi­oni, oltre le abi­tu­di­ni cul­tu­ra­li, oltre se ste­ssi. “Una dome­ni­ca“ ci fa riflet­te­re sull’esperienza del­la soli­tu­di­ne, quel­la reale e quel­la per­ce­pi­ta, e su quan­to dif­fi­ci­le possa tal­vol­ta esse­re la cor­ret­ta comu­ni­ca­zi­one tra gene­ra­zi­oni diverse.

Ma il roman­zo – e ques­to è il mera­vi­gli­oso messag­gio che la vicen­da del pro­ta­go­nis­ta ci affi­da – è anc­he il rac­con­to del supe­ra­men­to di quel­la soli­tu­di­ne, com­pli­ce un incon­tro inas­pet­ta­to che apre la stra­da a nuove oppor­tu­nità di pen­si­ero e di sen­ti­re. Non è poi impo­ssi­bi­le cam­bi­are le sor­ti di un’intera gior­na­ta e for­se anc­he di un’intera vita.

Fabio, la sto­ria nar­ra­ta è in qual­c­he modo col­le­ga­ta a fat­ti real­men­te acca­du­ti oppu­re nas­ce da cir­cos­tan­ze che han­no carat­te­ri­zza­to la tua vita? 

- Questa è una doman­da pre­zi­osa, ma anc­he com­ple­ssa. In fon­do, ogni sto­ria nas­ce den­tro chi la scri­ve e quin­di cer­ta­men­te, uscen­do da lui, di lui si por­terà via dei pezzi. Possiamo dire per cer­to, ed è già qual­co­sa, che Una dome­ni­ca non è una sto­ria auto­bi­ogra­fi­ca e nep­pu­re, in altro modo, biogra­fi­ca: ossia quei fat­ti non sono suc­ce­ssi a me né ad altri che io conos­ca. Ma cer­ta­men­te quei fat­ti nas­co­no da rifle­ssi­oni che mi appar­ten­go­no, sono “vite possi­bi­li”, che io per­so­nal­men­te non ho vissu­to, ma che alla mia espe­ri­en­za di vita potreb­be­ro appar­te­ne­re. Se uno cre­de­sse alla teoria fisi­ca del “mul­ti­ver­so” potrem­mo dire che in altri uni­ver­si la sto­ria di Una dome­ni­ca potreb­be appar­te­ner­mi. A me, come a mol­ti altri. Perché no?

Anche in ques­to libro, come nei tuoi pre­ce­den­ti, l’incontro con l’altro diven­ta la chi­ave per la soprav­vi­ven­za. Da cosa deri­va la tua spic­ca­ta sen­si­bi­lità a ques­ta tematica? 

- Ho sem­pre osser­va­to il mon­do con uno sgu­ar­do olis­ti­co. Tutto è con­ne­sso. Tutti noi, esse­ri uma­ni, siamo con­ne­ssi. Le nos­tre tra­iet­to­rie di vita si sfi­ora­no e spe­sso col­li­do­no, e quel­le col­li­si­oni posso­no esse­re di varia natu­ra, posi­ti­ve o nega­ti­ve, ma in ogni caso sem­pre saran­no “tra­sfor­ma­ti­ve”. Mi piace pen­sa­re che ogni vol­ta che esco di casa, cam­mi­nan­do lun­go le stra­de del­la mia cit­tà, sto sfi­oran­do per­so­ne che potreb­be­ro cam­bi­ar­mi la vita se solo io mi fer­ma­ssi a par­la­re con loro, se gli apri­ssi la por­ta e li las­ci­assi entra­re. Amo le comu­nità. Amo il poten­zi­ale nas­cos­to in quel­le esis­ten­ze bru­li­can­ti che ani­ma­no gli agglo­me­ra­ti urba­ni e pen­so a cosa capi­te­reb­be se solo deci­de­sse­ro di par­lar­si e rius­ci­sse­ro a met­te­re il bene comu­ne pri­ma di quel­lo per­so­na­le, o di far coin­ci­de­re il bene per­so­na­le con quel­lo comune.

Una sto­ria nar­ra­ta con poesia e sen­si­bi­lità che met­te in sce­na la soli­tu­di­ne. La soli­tu­di­ne è una dimen­si­one che offre mol­te chi­avi di let­tu­ra. Può, tal­vol­ta, esse­re anc­he positiva?

- Io amo la soli­tu­di­ne. Ovviamente sto par­lan­do di quel­la soli­tu­di­ne che non è iso­la­men­to o inca­pa­cità di vive­re den­tro una comu­nità, insi­eme ad altri. Ma quel­la soli­tu­di­ne che com­pren­de l’introspezione, la con­tem­pla­zi­one e la cre­ati­vità. Non ama­ssi quel­la par­ti­co­la­re con­di­zi­one dell’animo for­se non potrei nep­pu­re fare lo scrit­to­re, un mes­ti­ere che pre­ve­de di saper sta­re mol­to tem­po da soli, immer­si nel pro­prio imma­gi­na­rio, con le paro­le come uni­ca com­pag­nia. Certo, esis­te anc­he una soli­tu­di­ne “tris­te”: quel­la di cer­ti anzi­ani, quel­la di cer­ti ado­les­cen­ti. In fon­do in Una dome­ni­ca, come gius­ta­men­te dici, par­lo anc­he di ques­to, dell’invecchiare e del ritro­var­si cir­con­da­to da un modo che len­ta­men­te si disfa, i fan­ta­smi del­le per­so­ne che non ci sono più, i ricor­di. Ma fa par­te del­la con­di­zi­one uma­na. È qual­co­sa che dob­bi­amo pre­pa­rar­ci ad affron­ta­re. Ed è qual­co­sa che, a dir­la tut­ta, può con­te­ne­re una sua par­ti­co­la­ri­ssi­ma for­ma di bellezza.”

“Non sono mai sta­ta bra­va a ges­ti­re la fra­gi­lità dei miei geni­to­ri: nei loro con­fron­ti non ho mai sme­sso di sen­tir­mi figlia e di voler esse­re io quel­la accu­di­ta.” Le paro­le di Giulia espri­mo­no lo spa­esa­men­to di fron­te a un geni­to­re non più giova­ne e rimas­to solo. È più un atteg­gi­amen­to difen­si­vo o un dub­bio che le deri­va dal timo­re di esse­re irris­pet­to­sa nei con­fron­ti del padre, in un cer­to sen­so tra­sfor­man­do il pro­prio ruolo di figlia?

- Credo che quel­lo di Giulia sia soprat­tut­to un sot­ti­le sen­so di col­pa. Vorrebbe saper ges­ti­re le fra­gi­lità dei geni­to­ri come si è sem­pre aspet­ta­ta che i geni­to­ri face­sse­ro con le sue, ma non ci ries­ce per­c­hé è com­pli­ca­to inver­ti­re quel rap­por­to di cura che, di soli­to, pre­ve­de che siano i geni­to­ri a occu­par­si dei figli e non vice­ver­sa. Ma quel rap­por­to, inve­ce, pri­ma o poi si inver­te, che uno lo voglia o no. Di nuovo, come dice­vo pri­ma a pro­po­si­to del­la soli­tu­di­ne: è qual­co­sa cui bisog­na esse­re pre­pa­ra­ti. Fa par­te di quel gioco mera­vi­gli­oso, assur­do che chi­ami­amo vita.”

Come edu­ca­to­re ti sei occu­pa­to e con­ti­nui a occu­par­ti di disa­gio mino­ri­le. Quali sono le pro­ble­ma­tic­he che ti tro­vi più spe­sso davan­ti agli occ­hi? In che misu­ra dipen­do­no anc­he dal­la man­ca­ta o pro­ble­ma­ti­ca comu­ni­ca­zi­one con il mon­do del­la fami­glia o con i genitori?

- Be’, quel­li, i pro­ble­mi di comu­ni­ca­zi­one con i geni­to­ri, sono spe­sso il cuore nas­cos­to di mol­ti pro­ble­mi degli ado­les­cen­ti. Se non ne sono la causa, possi­amo dire per cer­to che ne sono la solu­zi­one-man­ca­ta. Se gli ado­les­cen­ti han­no dei cana­li di comu­ni­ca­zi­one aper­ti, con i geni­to­ri o con qual­cu­no che ne fac­cia le veci, i pro­ble­mi si affron­ta­no e si risol­vo­no, con fati­ca maga­ri, ma si affron­ta­no e si risol­vo­no. Se non ci sono cana­li di comu­ni­ca­zi­oni aper­ti è come ave­re una pen­to­la a pre­ssi­one sen­za val­vo­la: pri­ma o poi esplo­de. Il fat­to è che spe­sso non ci si met­te d’accordo su chi deb­ba fare il pri­mo passo: sono i geni­to­ri a dover sfon­da­re il muro e apri­re un var­co o è il raga­zzo che deve las­ci­ar­li entra­re nel pro­prio mon­do? Da edu­ca­to­re mi viene da pen­sa­re che una cosa non acca­de sen­za l’altra, ma cer­to è che spe­sso gli adul­ti si trin­ce­ra­no dietro a un “se mi vuole sono qui”, pen­san­do che il loro ruolo sia solo sta­re sedu­ti ad aspet­ta­re che il raga­zzo entri a chi­ede­re a aiuto. Il fat­to è che alcu­ni lo fan­no e altri no. E con gli altri che fac­ci­amo? Li las­ci­amo al loro des­ti­no? No, gli altri sta a noi usci­re a cercarli.

Libri che secon­do te posso­no aiuta­re i raga­zzi nel per­cor­so di crescita?

- Aidan Chambers, Melvin Burgess, Marie-Aude Murail, Davide Morosinotto, Niccolò Ammaniti, Stephen King. Le libre­rie sono piene di auto­ri che han­no rac­con­ta­to il cres­ce­re e il rap­por­to tra le gene­ra­zi­oni. Ogni raga­zza e ogni raga­zzo deve solo fic­car­ci il naso e cer­ca­re le sto­rie in cui si rico­nos­ce di più.

Testo di Luisa SORBONE

Foto: FLIT