Intervista all’autore Dario Fertilio: “L’ARIA DI BOG” – Una favola oltre la linea del mistero

24.02.2021.

È un’aria sen­za dub­bio inso­li­ta quel­la di Bog. Sarà che Bog in cro­ato vuol dire Dio, sarà che l’aria è soprat­tut­to quel­la del­la musi­ca e dei ricor­di. “L’Aria di Bog – Arija Boga” è una sto­ria reale e al tem­po ste­ssa fan­tas­ti­ca, popo­la­ta di per­so­nag­gi real­men­te esis­ti­ti e di cre­atu­re imma­gi­na­rie. Un libro illus­tra­to per bam­bi­ni? O, piut­tos­to, un libro per rega­la­re agli adul­ti lo sgu­ar­do dell’infanzia?

“Per me è sta­to il più dif­fi­ci­le mai scrit­to – ha com­men­ta­to il suo auto­re – è passa­to attra­ver­so un’in­fi­ni­ta serie di ris­crit­tu­re e sug­ges­ti­oni. Forse un modo per pren­de­re con­ge­do dal­la mia infan­zia e insi­eme ricon­ci­li­ar­mi con il mio passa­to e quel­lo del­le gene­ra­zi­oni che mi han­no preceduto”.

Originario di una sto­ri­ca fami­glia dal­ma­ta dell’isola di Brazza e mila­ne­se di ado­zi­one, Dario Fertilio ha lavo­ra­to per oltre 40 anni come gior­na­lis­ta al Corriere del­la Sera. Oggi è prin­ci­pal­men­te scrit­to­re, sag­gis­ta e docen­te universitario.

“L’Aria di Bog” è usci­to nel 2016 ed è un libro per mol­ti ver­si “ati­pi­co”, una nar­ra­zi­one in cui si alter­na­no le sfu­ma­tu­re pro­fon­de dei sen­ti­men­ti e i colo­ri acce­si del­la natu­ra dal­ma­ta. Il pro­ta­go­nis­ta è un bam­bi­no dota­to di incre­di­bi­le fan­ta­sia. Proprio nel­la dimen­si­one fan­tas­ti­ca pren­do­no cor­po le sue visi­oni imma­gi­na­rie, meta­fo­re di gioie e incu­bi infan­ti­li. E le emo­zi­oni diven­ta­no “una favo­la oltre la linea del mistero”.

Il mis­te­ro, anc­he quel­lo del­la “favo­la”, non può esse­re per sua natu­ra sve­la­to, ma possi­amo deli­ne­ar­ne i contorni?

- La ris­pos­ta si può cogli­ere già dal­l’e­ser­go del libro, una cita­zi­one da Tommaso d’Aquino: “Omnia exi­bant in mys­te­ri­um”, ogni cosa sfo­cia nel mis­te­ro. Ciò che a noi pare quoti­di­ano e insig­ni­fi­can­te, per­c­hé non vi pres­ti­amo atten­zi­one, se lo osser­vi­amo mol­to da vici­no, oppu­re da lon­ta­ni­s­smo attra­ver­so il tem­po, si rive­la inco­nos­ci­bi­le e i suoi sig­ni­fi­ca­ti ci sfug­go­no. Un’azione che abbi­amo com­pi­uto, sen­za pen­sar­ci due vol­te, a dis­tan­za di uno o dieci o cinqu­an­t’an­ni anni può rive­lar­si impor­tan­ti­ssi­ma nel­la nos­tra vita. Una ris­pos­ta che abbi­amo dato o nega­to può inse­gu­ir­ci nel­la memo­ria e ripre­sen­tar­si a noi nel­la veglia o nel sog­no. Il tem­po ste­sso, se ci riflet­ti­amo, per noi in real­tà non esis­te: tut­to ci è pre­sen­te con­tem­po­ra­ne­amen­te, come in una pros­pet­ti­va medi­eva­le, o in una ico­na orto­do­ssa. “L’Aria di Bog – Arija Boga” cer­ca di cat­tu­ra­re ques­to mis­te­ro del­le cose, ma col­lo­can­do­lo nel­la pros­pet­ti­va del­l’in­fan­zia, dal pun­to di vis­ta di un bam­bi­no di nove anni.

Il tito­lo è mol­to sug­ges­ti­vo. Volontà di evo­ca­re un’atmosfera o di dare un trac­ci­ato ben pre­ci­so alla storia?

- Entrambe le cose. “Arija Boga”, cioè l’a­ria di Dio, seg­na il cul­mi­ne libe­ra­to­rio del rac­con­to, il momen­to in cui il viag­gio del pro­ta­go­nis­ta tro­va il suo com­pi­men­to, così come, nel­la cele­bre favo­la di Andersen, il brut­to ana­troc­co­lo indo­ssa la livrea del cig­no. E non impor­ta che si trat­ti del­la sem­pli­ce musi­ca ese­gu­ita da un suona­to­re ambu­lan­te del­l’i­so­la Brazza. L’atmosfera fan­tas­ti­ca insom­ma si avva­le del gene­re let­te­ra­rio che ho adot­ta­to, la favo­la, ma allo ste­sso tem­po allu­de al trac­ci­ato lun­go il quale si svol­ge tut­ta la vicen­da: un per­cor­so di matu­ra­zi­one del­l’in­fan­zia oltre i suoi timo­ri del fem­mi­ni­le (mag­he e streg­he) e del­l’ig­no­to (l’in­con­tro con la lin­gua cro­ata e con la natu­ra dal­ma­ta), fino a quel momen­to sco­nos­ci­ute. Sì, in quel bam­bi­no c’è mol­to del­l’a­uto­re, che desi­de­ra ritor­na­re a casa, riap­pro­pri­ar­si del­la patria dal­ma­ta lega­ta al passa­to del­la sua famiglia.

Qual è il ruolo del­la musi­ca, dell’aria di Bog, nel­le vicen­de del protagonista?

- E’ una spe­cie di “deus ex mac­hi­na”: la musi­ca suona­ta dal violi­nis­ta ambu­lan­te, nel­la fan­ta­sia del pic­co­lo pro­ta­go­nis­ta, ha il pote­re di libe­rar­lo dagli incu­bi. E poic­hé lui ci cre­de, fun­zi­ona dav­ve­ro. Fra l’al­tro il leit­mo­tiv del­la “Arija Boga” esis­te nel­la real­tà, ha ispi­ra­to un pezzo per con­trab­ba­sso e saxo­fo­no, accom­pag­na­to dal frus­cio del­la bora, il ven­to per anto­no­ma­sia del­la nos­tra ter­ra. Che possi­amo imma­gi­na­re in azi­one, in sot­to­fon­do, come un basso con­ti­nuo, duran­te la narrazione.

Perché hai scel­to di accom­pag­na­re la nar­ra­zi­one con i diseg­ni di Fabio Sironi?

- Fabio Sironi è un eccel­len­te pit­to­re e illus­tra­to­re, a me affi­ne per il modo di osser­va­re e rap­pre­sen­ta­re artis­ti­ca­men­te la real­tà al di fuori degli sche­mi “adul­ti”. Abbiamo lavo­ra­to insi­eme per decen­ni al “Corriere del­la Sera”. Ma la cosa più impor­tan­te è che Sironi non ha “illus­tra­to” il libro, lo ha inter­pre­ta­to libe­ra­men­te, facen­do­lo suo. Assomigliamo a due com­pag­ni di viag­gio che rac­con­ta­no, ognu­no a suo modo, le espe­ri­en­ze e le sen­sa­zi­oni vissute.

Come in ogni favo­la, anc­he in ques­ta c’è una mora­le. La chi­ave per il lieto fine?

- La favo­la ris­pon­de a un’e­si­gen­za pro­fon­da, pre­sen­te in tut­ti noi: il desi­de­rio di cre­de­re ai lieti fini e far­li nos­tri, recu­pe­ran­do attra­ver­so le let­tu­re e le espe­ri­en­ze del­l’in­fan­zia il nos­tro para­di­so per­du­to. I gior­na­li­ni da cui il bam­bi­no trae le sue visi­oni si rifan­no, in con­tro­lu­ce, ad alcu­ne famo­se avven­tu­re di Topolino e Walt Disney; i per­so­nag­gi dei fumet­ti por­ta­no con sè e gene­ra­no gioia, come una fon­te ine­sa­uri­bi­le, sia nel pic­co­lo Gaston che in suo padre, che le ha let­te tan­ti anni pri­ma. E per­si­no la madre di Gaston, lon­ta­na e mala­ta, ne rice­ve a dis­tan­za, mira­co­lo­sa­men­te, la volon­tà di guari­re e ritor­na­re a vive­re. Ecco un’al­tra mani­fes­ta­zi­one del mis­te­ro! Per ques­to mi sem­bra che “L’Aria di Bog” possa esse­re let­ta da adul­ti, ado­les­cen­ti e bam­bi­ni, sep­pu­re in modi dif­fe­ren­ti. Per ripe­te­re le paro­le di Aristotele, qui “tut­to ten­de natu­ral­men­te al bene”. Ci può esse­re qual­co­sa di più con­for­tan­te, e di più bello?

Leggendo dei luog­hi in cui il roman­zo è ambi­en­ta­to, è ine­vi­ta­bi­le pen­sa­re ad una dimen­si­one auto­bi­ogra­fi­ca. Posso chi­eder­ti quan­to c’è di te in Gaston e cosa è rimas­to in te di quel­la ter­ra, oggi? 

- Figli di una ter­ra, cioè la Dalmazia, lo si è una vol­ta e per sem­pre. Anche se, nel mio caso, non ci sono mai vissu­to che duran­te peri­odi bre­vi, per lo più lega­ti alle vacan­ze. Ma il ric­hi­amo del­le gene­ra­zi­oni passa­te è trop­po for­te per­c­hé io vi possa resis­te­re. I Fertilio del­la Brazza, e anc­he i Nazor (la fami­glia del­la mia non­na pater­na, cugi­na del famo­so Vladimir Nazor) sono pre­sen­ti spi­ri­tu­al­men­te, magi­ca­men­te, in ogni luogo del­l’i­so­la. E dunque sì, in buona par­te Gaston sono io, così come la sua com­pag­na di avven­tu­ra, Maja, è esis­ti­ta veramente.

Tonko Maroević, dopo aver­lo let­to, ha defi­ni­to “Arija Boga”una fiaba den­tro alla real­tà. Hai otte­nu­to posi­ti­vi ris­con­tri dal­la cri­ti­ca let­te­ra­ria in Croazia? 

- Il giudi­zio di Tonko Maroević, uno dei miei maes­tri di let­te­ra­tu­ra e lin­gua cro­ata, è il gran­de rega­lo che lui mi ha riser­va­to, scri­ven­do­lo, alla vigi­lia del­la sua recen­ti­ssi­ma scom­par­sa. Una ere­dità pre­zi­osa, e un giudi­zio che cen­tra per­fet­ta­men­te il cuore del libro. Dalla cri­ti­ca let­te­ra­ria in Croazia non avrei potu­to aspet­tar­mi di più! Mi augu­ro che, quan­do “Arija Boga” uscirà nel­la ver­si­one cro­ata, anc­he i let­to­ri comu­ni la appre­zze­ran­no, e giudic­he­ran­no con bene­vo­len­za l’a­uto­re. Specie se ter­ran­no con­to del­la sua sin­ce­rità, del suo inten­to di ren­de­re omag­gio alla patria dalmata.

Testo di Luisa SORBONE