“La città celeste” – La Trieste di Diego Marani

30.04.2021.

(…)Trieste ha una scontrosa

gra­zia. Se piace,

è come un raga­zzac­cio aspro e vorace,

con gli occ­hi azzur­ri e mani trop­po grandi

per rega­la­re un fiore(…). 

Umberto Saba, Il Canzoniere

 

Scritto in pri­ma per­so­na, “La cit­tà celes­te” è l’ultimo roman­zo di Diego Marani edi­to da La nave di Teseo. È il diario auto­bi­ogra­fi­co di un “appren­dis­ta­to esis­ten­zi­ale” che ha come pro­ta­go­nis­ta lo scrit­to­re ven­ten­ne, giun­to da Ferrara a Trieste per gli stu­di uni­ver­si­ta­ri. Ne “La cit­tà celes­te” rivi­vi­amo i tan­ti vol­ti del­la Trieste anni ottan­ta. Il suo mosa­ico di iden­tità lin­gu­is­tic­he e cul­tu­ra­li, l’ombra dei ricor­di dolo­ro­si anco­ra incom­ben­ti, la spe­ri­men­ta­zi­one del nuovo model­lo Basaglia.

Trieste, luogo in cui tut­to può suc­ce­de­re e per ques­to ter­re­no ide­ale per le nuove espe­ri­en­ze di un raga­zzo spa­lan­ca­to alla vita. Così la sto­ria del­la cit­tà celes­te si fon­de con il rac­con­to avvin­cen­te di ami­ci­zie nate per caso e des­ti­na­te a dive­ni­re inde­le­bi­li, di amo­ri ini­zi­ati­ci a cui affi­da­re il bisog­no di appartenenza.

Diego Marani lavo­ra pre­sso il Servizio euro­peo di azi­one ester­na del­la UE, dove si occu­pa di diplo­ma­zia cul­tu­ra­le. Inventore del­la lin­gua-gioco Europanto, di cui ha tenu­to rubric­he su diver­si gior­na­li euro­pei, ha pub­bli­ca­to “Nuova gram­ma­ti­ca finlan­de­se”, (2000, Premio Grinzane Cavour, tra­dot­to in quin­di­ci lin­gue), “L’ultimo dei vos­ti­ac­hi” (2002, Premio Campiello – Premio Stresa), “A Trieste con Svevo” (2003), “L’interprete” (2004), “Il com­pag­no di scu­ola” (2005, Premio Cavallini), “Come ho impa­ra­to le lin­gue” (2005), “Enciclopedia tre­si­gal­le­se” (2006), “La bici­clet­ta incan­ta­ta”, pub­bli­ca­to in cofa­net­to con il film di Elisabetta Sgarbi “Tresigallo. Dove il mar­mo è zuc­c­he­ro” (2007), “L’amico del­le don­ne” (2008), “Il cane di Dio” (2012), “Lavorare man­ca” (2014), “Vita di Nullo” (2017).

Il 16 giug­no 2020 è sta­to nomi­na­to pre­si­den­te del Centro per il libro e la let­tu­ra (CEPELL). Dall’aprile 2021 è diret­to­re “di chi­ara fama” dell’Istituto ita­li­ano di cul­tu­ra di Parigi.

La Trieste degli anni ‘80 che lei scel­se per frequ­en­tar­vi l’università era real­men­te una cit­tà di fron­ti­era, anco­ra sof­fe­ren­te per le feri­te recen­ti. Perché pro­prio Trieste?

- Scelsi di anda­re a stu­di­are a Trieste per­c­hé mi atti­ra­va la Scuola supe­ri­ore di lin­gue moder­ne per inter­pre­ti e tra­dut­to­ri, l’unica all’epoca che desse un tito­lo di laurea per una pro­fe­ssi­one anco­ra nuova e che poc­hi conos­ce­va­no. Per me che veni­vo da Ferrara era un cam­bi­amen­to pro­fon­do, una cit­tà che non era pro­prio nel­le pros­pet­ti­ve degli stu­den­ti uni­ver­si­ta­ri fer­ra­re­si che il più del­le vol­te anda­va­no a stu­di­are a Bologna. Trieste allo­ra era una cit­tà anco­ra feri­ta dal­la tra­ge­dia del­la guer­ra, ripi­ega­ta su sè ste­ssa e piena di risen­ti­men­to. In più, la recen­te fir­ma del trat­ta­to di Osimo, con la per­di­ta defi­ni­ti­va del­la zona B, ave­va esa­cer­ba­to ques­to sen­ti­men­to di esse­re sta­ta tra­di­ta e abban­do­na­ta da Roma.

Un’italianità cer­ta­men­te diver­sa da quel­la di Ferrara. Come la per­cepì allo­ra e come è cam­bi­ata negli anni?

- A Ferrara l’italianità era un sen­ti­men­to ovvio e non con­flit­tu­ale. Ci sen­ti­va­mo ita­li­ani ma non nazi­ona­lis­ti. Rifuggivamo l’esaltazione del­la nazi­one e del­la patria che asso­ci­ava­mo ai disas­tri del­le guer­re. Sentivamo un cer­to orgo­glio per la nos­tra appar­te­nen­za nazi­ona­le, ma miti­ga­to dal­le fra­gi­lità e dal­le con­trad­di­zi­oni del paese, che del res­to sono anco­ra tut­te qui. A Trieste l’italianità era esas­pe­ra­ta. C’era chi la con­tes­ta­va e si rico­nos­ce­va inve­ce in una tri­es­ti­nità per me allo­ra incom­pren­si­bi­le e chi la esal­ta­va con atteg­gi­amen­ti nazi­ona­lis­ti, revan­s­cis­ti, anti-iugos­la­vi e violen­ti che mi face­va­no paura. Il sen­ti­men­to pre­pon­de­ran­te era comunque la disil­lu­si­one, la con­sa­pe­vo­le­zza di esse­re ita­li­ani sì, ma di un’italianità diver­sa, incom­pren­si­bi­le al res­to del paese e lega­ta alla sto­ria del­la cit­tà, con il suo cosmo­po­li­ti­smo e la sua lun­ga appar­te­nen­za all’impero asbur­gi­co. Oggi Trieste è cam­bi­ata e ques­ti sen­ti­men­ti estre­mi non esis­to­no più. Ma res­ta la con­sa­pe­vo­le­zza di esse­re diver­si, accom­pag­na­ta da un cer­to orgo­glio, in fon­do una sicu­re­zza di sé, una sere­nità che sicu­ra­men­te viene anc­he dal­la scom­par­sa del­le fron­ti­ere e del­le ten­si­oni politiche.

Oggi che la fron­ti­era geogra­fi­ca non esis­te più, ci sono altre fron­ti­ere da abbat­te­re per fare di Trieste una vera cit­tà europea?

- Le fron­ti­ere di oggi, a Trieste come altro­ve in Europa, sono men­ta­li e non più poli­tic­he. La man­ca­ta frequ­en­ta­zi­one dell’altro ci ren­de reci­pro­ca­men­te estra­nei. Per conos­cer­si bisog­na frequ­en­tar­si, fare cose insi­eme, con­di­vi­de­re, ave­re inte­re­ssi comu­ni. E qui è la lin­gua la solu­zi­one. Condividere le lin­gue è il modo più diret­to ed effi­ca­ce per cre­are inte­sa e comu­ne per­ce­zi­one. Il passo da fare è ques­to: un bilin­gu­ismo vero, che esis­terà solo quan­do sarà la gen­te a voler­lo e a per­se­gu­ir­lo da sé. Sta acca­den­do fra la Mosella fran­ce­se e la Saar tedes­ca, sta acca­den­do altro­ve in Europa. Imparare la lin­gua dell’altro non è dif­fi­ci­le quan­do c’è attrat­ti­va, moti­va­zi­one, inte­re­sse. La situ­azi­one ide­ale è quan­do ognu­no par­la la pro­pria lin­gua e capis­ce quel­la dell’altro. Un obi­et­ti­vo tut­to som­ma­to faci­le da rag­gi­un­ge­re che fareb­be di Trieste e del ter­ri­to­rio a caval­lo del­la fron­ti­era un insi­eme coeso e omo­ge­neo, una patria comu­ne di ita­li­ani e slo­ve­ni. Ma cre­do che ci sti­amo arrivando.

Tra gli incon­tri di cui par­la nel libro vi è anc­he quel­lo con comu­nità o per­so­ne di ori­gi­ne istriana?

- Conobbi due pro­fug­hi istri­ani pre­sso cui pre­si in affit­to una came­ra il pri­mo anno di uni­ver­sità. All’epoca non sape­vo nean­c­he che esis­te­sse­ro pro­fug­hi istri­ani e non sape­vo nul­la del­la loro tra­ge­dia. Nessuno ne par­la­va, non si inseg­na­va sui libri di scu­ola. Anche ques­ta una del­le col­pe dell’Italia nei con­fron­ti di ques­te terre.

Jan Morris in “Trieste. O del nessun luogo” scri­ve: “A vol­te l’immagine di Trieste si fa stra­da nel­la mia cos­ci­en­za in modo così niti­do che, ovunque mi tro­vi, mi sen­to tras­por­ta­ta lì.” Esistono altre cit­tà in Italia in cui è possi­bi­le pro­va­re sen­sa­zi­oni simi­li a quel­le che offre Trieste?

- Non ho vissu­to a lun­go in nessun’altra cit­tà ita­li­ana ma di quel­le che conos­co ho sen­ti­to il carat­te­re, sem­pre mol­to for­te, come è tipi­co di un paese in cui tan­te cit­tà sono sta­te un tem­po capi­ta­li di Stati. Trieste è un caso a par­te. Il suo carat­te­re più for­te è la mes­co­lan­za. Anche se è una cit­tà ita­lo­fo­na, anc­he se le mino­ran­ze par­la­no per­fet­ta­men­te ita­li­ano, si sen­te che c’è dell’altro, che fiumi sot­ter­ra­nei nutro­no la sua iden­tità. Fiumi che ven­go­no da lon­ta­no nel­la sto­ria. La diver­sità del­le gen­ti che ha vissu­to a Trieste vi ha las­ci­ato il seg­no, il modo di vede­re le cose, la con­ce­zi­one del mon­do e del­la vita. Si può dire che sot­to la pel­le ita­li­ana Trieste cela un cosmo­po­li­ti­smo mai scom­par­so. È in fon­do ques­to che mi sono por­ta­to con me quan­do me ne sono anda­to: lo spi­ri­to del cosmo­po­li­ta a cui non bas­ta una sola patria e una sola lin­gua. Queste paro­le di Jan Morris espri­mo­no pro­prio questo.

Forse il suo per­cor­so uma­no e pro­fe­ssi­ona­le non sareb­be sta­to lo ste­sso sen­za Trieste. Trovarsi a vent’anni in un luogo che ha un’identità così par­ti­co­la­re e per cer­ti aspet­ti dif­fi­ci­le, in un cer­to sen­so seg­na una stra­da, quel­la dell’apertura e del met­ter­si alla prova

- Si può dire che Trieste ha fon­da­to la mia iden­tità. O for­se lì ho tro­va­to l’ambiente cul­tu­ra­le a cui mi sen­to affi­ne, quel­lo dell’incontro, del con­fron­to, del­la mes­co­lan­za. Incontrare gen­te diver­sa da noi ci arric­c­his­ce, ci fa vede­re le cose in modo diver­so, ci spin­ge a riflet­te­re su quel­lo che cre­di­amo con­so­li­da­to e immu­ta­bi­le. Ed è pro­prio il con­ti­nuo met­ter­si alla pro­va che inseg­na la diver­sità dan­do­ci l’abitudine al cam­bi­amen­to. Siccome tut­ta l’esperienza uma­na è ince­ssan­te cam­bi­amen­to, esser­vi addes­tra­ti aiuta. L’uniformità, l’omogeneità, il tut­to ugu­ale, l’indifferente ucci­de la men­te e atti­zza il pregiudizio.

Si, mul­ti­cul­tu­ra­lità e mes­co­lan­za come sfi­da all’omologazione. Proprio come per l’europanto, il gioco lin­gu­is­ti­co che lei ha cre­ato e che rap­pre­sen­ta il ten­ta­ti­vo, spe­sso diver­ten­te, di comu­ni­ca­re tra par­lan­ti di lin­gue diver­se. È in luog­hi come ques­to che l’europanto affon­da le sue radici?

- La mul­ti­cul­tu­ra­lità è una ric­c­he­zza quan­do è con­di­vi­si­one e non comu­ni­ta­ri­smo, quan­do ci si mes­co­la e non si rima­ne ognu­no chi­uso nel pro­prio mon­do. Trieste ha pro­prio ques­to carat­te­re. Il tri­es­ti­no è di per sé par­ti­co­la­re, con­ti­ene in sé le diver­sità che la sua cit­tà espri­me, l’apertura, la curi­osità, l’intraprendenza. Quanto all’europanto, il suo spi­ri­to è pro­prio quel­lo del gioco, del­la sdram­ma­ti­zza­zi­one del­la lin­gua, un arma­men­ta­rio trop­po spe­sso usa­to per divi­de­re, per for­gi­are iden­tità impe­ne­tra­bi­li. Se si scar­di­na la lin­gua e la si mos­tra per quel che è, un’espressione uma­na in con­ti­nuo cam­bi­amen­to e ibri­da­zi­one, ci si accor­ge che le lin­gue appar­ten­go­no a chi le par­la e non a Stati e acca­de­mie, che quel­la gius­ta è quel­la capa­ce di comu­ni­ca­re, a pres­cin­de­re dagli erro­ri, che chi vuole capi­re capis­ce sem­pre, anc­he lin­gue che non sa. Anche qui il messag­gio è la con­di­vi­si­one, la con­sa­pe­vo­le­zza che impa­ra­re è sem­pre un cres­ce­re, un pote­re, un capi­re. L’europanto non vuole cer­to esse­re una lin­gua uni­ver­sa­le. Io non cre­do alle lin­gue arti­fi­ci­ali ma a quel­le vere, che par­la la gen­te e che cam­bi­ano con lei.

Un salu­to in euro­pan­to agli stu­den­ti uni­ver­si­ta­ri del­la Trieste di oggi?

- Liebe stu­den­tes, Ich wun­s­c­he toi alles bes­te for­tu­ne por teine stu­di­os und recom­man­de de siem­pre keep eine open mind und eine curi­ose atti­tu­de por der mun­do. Never for­get dat tu esse stu­di­an­te in eine pre­ci­ose und her­mo­se city, die habe eine tra­di­ti­one de cosmo­po­li­ti­sme und die esse eine per­ma­nen­te labo­ra­to­rio por eine ver­da­de­ra­men­te uni­ted Europe.

Testo di Luisa SORBONE