FLIT: Incontriamo l’autore Fabio Geda

Il rispetto della diversità e la magia dell’incontro  “È facile amarsi e rispettarsi nell’uguaglianza, nella sovrapposizione. Più difficile, ma urgente, è imparare ad amarsi e rispettarsi nella diversità, in ciò che ci distingue e ci rende unici. Siamo tutti diversi: questa è l’unica cosa che ci rende davvero uguali”

– Fabio Geda, “Potere alla parola”

Fabio Geda si occupa da molti anni di temi legati alla migrazione e all’educazione dei giovani disagiati. Fa il suo esordio nel mondo letterario nel 2007 con “Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani”, la storia di un ragazzino rumeno che affronta un faticoso e difficile viaggio attraverso l’Europa alla ricerca del padre e del nonno.

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La sua opera più conosciuta, “Nel mare ci sono i coccodrilli”, esce nel 2010 ed è il racconto della storia vera di Enaiatollah Akbari, un bambino fuggito dall’Afghanistan alla volta della Grecia. Un libro in cui Fabio Geda riesce a narrare con grande sensibilità la realtà di chi sceglie l’emigrazione come unica via d’uscita nella speranza di un futuro migliore. Sempre sul tema della diversità e del valore delle relazioni all’interno dei nuclei familiari sono incentrati i suoi romanzi successivi, tra i quali “L’esatta sequenza dei gesti”, “L’estate alla fine del secolo”, “Se la vita che salvi è la tua”, “Anime scalze”, “Una domenica” e il più recente “Storia di un figlio. Andata e ritorno”.

Quella narrata in “Una domenica” è una storia ambientata in un contesto di apparente normalità. Non racconta di eventi di per sé eccezionali, ci mostra, piuttosto, come sia possibile trasformare la quotidianità in qualcosa di eccezionale. La sfida, questa volta, assume i toni intimistici dell’”andare oltre”: oltre le convenzioni, oltre le abitudini culturali, oltre se stessi. “Una domenica“ ci fa riflettere sull’esperienza della solitudine, quella reale e quella percepita, e su quanto difficile possa talvolta essere la corretta comunicazione tra generazioni diverse.

Ma il romanzo – e questo è il meraviglioso messaggio che la vicenda del protagonista ci affida – è anche il racconto del superamento di quella solitudine, complice un incontro inaspettato che apre la strada a nuove opportunità di pensiero e di sentire. Non è poi impossibile cambiare le sorti di un’intera giornata e forse anche di un’intera vita.

Fabio, la storia narrata è in qualche modo collegata a fatti realmente accaduti oppure nasce da circostanze che hanno caratterizzato la tua vita?

– Questa è una domanda preziosa, ma anche complessa. In fondo, ogni storia nasce dentro chi la scrive e quindi certamente, uscendo da lui, di lui si porterà via dei pezzi. Possiamo dire per certo, ed è già qualcosa, che Una domenica non è una storia autobiografica e neppure, in altro modo, biografica: ossia quei fatti non sono successi a me né ad altri che io conosca. Ma certamente quei fatti nascono da riflessioni che mi appartengono, sono “vite possibili”, che io personalmente non ho vissuto, ma che alla mia esperienza di vita potrebbero appartenere. Se uno credesse alla teoria fisica del “multiverso” potremmo dire che in altri universi la storia di Una domenica potrebbe appartenermi. A me, come a molti altri. Perché no?

Anche in questo libro, come nei tuoi precedenti, l’incontro con l’altro diventa la chiave per la sopravvivenza. Da cosa deriva la tua spiccata sensibilità a questa tematica?

– Ho sempre osservato il mondo con uno sguardo olistico. Tutto è connesso. Tutti noi, esseri umani, siamo connessi. Le nostre traiettorie di vita si sfiorano e spesso collidono, e quelle collisioni possono essere di varia natura, positive o negative, ma in ogni caso sempre saranno “trasformative”. Mi piace pensare che ogni volta che esco di casa, camminando lungo le strade della mia città, sto sfiorando persone che potrebbero cambiarmi la vita se solo io mi fermassi a parlare con loro, se gli aprissi la porta e li lasciassi entrare. Amo le comunità. Amo il potenziale nascosto in quelle esistenze brulicanti che animano gli agglomerati urbani e penso a cosa capiterebbe se solo decidessero di parlarsi e riuscissero a mettere il bene comune prima di quello personale, o di far coincidere il bene personale con quello comune.

Una storia narrata con poesia e sensibilità che mette in scena la solitudine. La solitudine è una dimensione che offre molte chiavi di lettura. Può, talvolta, essere anche positiva?

– Io amo la solitudine. Ovviamente sto parlando di quella solitudine che non è isolamento o incapacità di vivere dentro una comunità, insieme ad altri. Ma quella solitudine che comprende l’introspezione, la contemplazione e la creatività. Non amassi quella particolare condizione dell’animo forse non potrei neppure fare lo scrittore, un mestiere che prevede di saper stare molto tempo da soli, immersi nel proprio immaginario, con le parole come unica compagnia. Certo, esiste anche una solitudine “triste”: quella di certi anziani, quella di certi adolescenti. In fondo in Una domenica, come giustamente dici, parlo anche di questo, dell’invecchiare e del ritrovarsi circondato da un modo che lentamente si disfa, i fantasmi delle persone che non ci sono più, i ricordi. Ma fa parte della condizione umana. È qualcosa che dobbiamo prepararci ad affrontare. Ed è qualcosa che, a dirla tutta, può contenere una sua particolarissima forma di bellezza.”

“Non sono mai stata brava a gestire la fragilità dei miei genitori: nei loro confronti non ho mai smesso di sentirmi figlia e di voler essere io quella accudita.” Le parole di Giulia esprimono lo spaesamento di fronte a un genitore non più giovane e rimasto solo. È più un atteggiamento difensivo o un dubbio che le deriva dal timore di essere irrispettosa nei confronti del padre, in un certo senso trasformando il proprio ruolo di figlia?

– Credo che quello di Giulia sia soprattutto un sottile senso di colpa. Vorrebbe saper gestire le fragilità dei genitori come si è sempre aspettata che i genitori facessero con le sue, ma non ci riesce perché è complicato invertire quel rapporto di cura che, di solito, prevede che siano i genitori a occuparsi dei figli e non viceversa. Ma quel rapporto, invece, prima o poi si inverte, che uno lo voglia o no. Di nuovo, come dicevo prima a proposito della solitudine: è qualcosa cui bisogna essere preparati. Fa parte di quel gioco meraviglioso, assurdo che chiamiamo vita.”

Come educatore ti sei occupato e continui a occuparti di disagio minorile. Quali sono le problematiche che ti trovi più spesso davanti agli occhi? In che misura dipendono anche dalla mancata o problematica comunicazione con il mondo della famiglia o con i genitori?

– Be’, quelli, i problemi di comunicazione con i genitori, sono spesso il cuore nascosto di molti problemi degli adolescenti. Se non ne sono la causa, possiamo dire per certo che ne sono la soluzione-mancata. Se gli adolescenti hanno dei canali di comunicazione aperti, con i genitori o con qualcuno che ne faccia le veci, i problemi si affrontano e si risolvono, con fatica magari, ma si affrontano e si risolvono. Se non ci sono canali di comunicazioni aperti è come avere una pentola a pressione senza valvola: prima o poi esplode. Il fatto è che spesso non ci si mette d’accordo su chi debba fare il primo passo: sono i genitori a dover sfondare il muro e aprire un varco o è il ragazzo che deve lasciarli entrare nel proprio mondo? Da educatore mi viene da pensare che una cosa non accade senza l’altra, ma certo è che spesso gli adulti si trincerano dietro a un “se mi vuole sono qui”, pensando che il loro ruolo sia solo stare seduti ad aspettare che il ragazzo entri a chiedere a aiuto. Il fatto è che alcuni lo fanno e altri no. E con gli altri che facciamo? Li lasciamo al loro destino? No, gli altri sta a noi uscire a cercarli.

Libri che secondo te possono aiutare i ragazzi nel percorso di crescita?

– Aidan Chambers, Melvin Burgess, Marie-Aude Murail, Davide Morosinotto, Niccolò Ammaniti, Stephen King. Le librerie sono piene di autori che hanno raccontato il crescere e il rapporto tra le generazioni. Ogni ragazza e ogni ragazzo deve solo ficcarci il naso e cercare le storie in cui si riconosce di più.

Testo di Luisa SORBONE

Foto: FLIT

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