“Antonio Smareglia e il suo mondo”

Il libro di Giuliana Stecchina presentato all’IRCI di Trieste

Testo e fotografie di Luisa SORBONE

24.01.2023

Un caso a par­te nel­la sto­ria del­la musi­ca. “Un gran­de musi­cis­ta che avreb­be for­se meri­ta­to una migli­or for­tu­na” lo ha defi­ni­to Franco Degrassi. È a lui, Antonio Francesco Smareglia, genio del­la musi­ca e per­so­nag­gio con­tro­ver­so nel­la vita pub­bli­ca e pri­va­ta, che Giuliana Stecchina dedi­ca il suo ulti­mo libro. Non solo con­seg­nan­do­ci il rac­con­to det­ta­gli­ato del­le vicen­de sto­ric­he che han­no influ­ito sul­la vita e sul suc­ce­sso del musi­cis­ta, ma soprat­tut­to ricos­tru­en­do attra­ver­so la tec­ni­ca nar­ra­ti­va del mono­lo­go inte­ri­ore, gli aspet­ti più pri­va­ti del­l’u­omo, per lo più sco­nos­ci­uti al gran­de pubblico.

“Antonio Smareglia e il suo mon­do”, edi­to dall’Associazione del­le Comunità Istriane, è sta­to pre­sen­ta­to dal­l’a­utri­ce, con il con­tri­bu­to del­l’at­tri­ce Miria Levi, lo scor­so giove­di 19 gen­na­io pre­sso il Civico Museo del­la Civiltà istri­ana fiuma­no dal­ma­ta di Trieste, a 100 anni dal­la ste­su­ra del tes­ta­men­to, sti­la­to da Smareglia nel 1929 a Grado, in casa del nipo­te Biagio Marin.

Perchè ques­to libro su Smareglia? „Sono con­cer­tis­ta – com­men­ta Giuliana Stecchina, per 40 anni tito­la­re del­la cat­te­dra d’Arpa al Conservatorio di Trieste – La musi­ca è il mio pane quoti­di­ano e la mia vita. Mi piace viver­la nei suoi aspet­ti più inti­mi, so che fare musi­ca non è faci­le ed è sta­to mol­to coinvol­gen­te per me inda­ga­re e scri­ve­re ques­to libro.“

Un libro composto da due parti

Una dedi­ca­ta alla sto­ria del­la musi­ca, la secon­da fat­ta di mono­log­hi. „Perché quan­do si fa sto­ria, e si fa sto­ria del­la musi­ca – aggi­un­ge – non siamo affat­to cer­ti di rius­ci­re a ripro­dur­re l’animo, la sen­sa­zi­one e la reazi­one all’ambiente in cui il musi­cis­ta vive­va. Per ques­to moti­vo ho scrit­to quat­tro mono­log­hi, due fem­mi­ni­li e due maschili.“

Eccoli i mono­log­hi: a mam­ma Giulia; alla moglie Jetti; a Tonci, per­c­hè Antonio in casa era chi­ama­to così; al “seg­gio di Nerone”, sul quale lui, aman­te del­la lati­nità e orgo­gli­oso di esse­re nato a Pola, era soli­to seder­si in Arena, incu­ran­te del­le date sto­ric­he di cos­tru­zi­one dell’anfiteatro.

[lang_it]“Alcuni dati sono il frut­to di ricer­c­he, altri sono dedot­ti. Al Museo Schmidl ho tro­va­to mol­to: la biogra­fia scrit­ta scrit­ta da Silvio Benco e quel­la scrit­ta dai figli (anzi le biogra­fie, una pub­bli­ca­ta in Svizzera e l’al­tra in Italia)”.

[lang_it]“Antonio Smareglia e il suo mon­do” è un libro che rac­con­ta, ana­li­zza, inda­ga nel­la vita inti­ma del musi­cis­ta e di chi gli è sta­to accan­to. Ricco di verità e di aned­do­ti, sen­za il fil­tro del­l’ac­con­dis­cen­den­za, ci aiuta a com­pren­de­re le dina­mic­he psi­co­lo­gic­he del­l’am­bi­en­te in cui Smareglia è vissu­to e le ragi­oni di un pub­bli­co che ha sem­pre appre­zza­to la musi­ca del genio ma ha spe­sso pro­va­to disa­gio di fron­te agli ecce­ssi dell’uomo.

Giuliana Stecchina nel cor­so del­la pre­sen­ta­zi­one all’IRCI ha rega­la­to al pub­bli­co un inte­re­ssan­te rac­con­to, inter­val­la­to dal­le note del­l’o­uver­tu­re di “Nozze istri­ane” e dal­la let­tu­ra espre­ssi­va di Miria Levi di un mono­lo­go con­te­nu­to nel libro. Eccone un assaggio.

L’infanzia e l’adolescenza

Antonio Smareglia nas­ce a Pola nel 1854, 41 anni dopo Wagner. Sua madre lo desi­de­ra­va mol­to, era il ter­zo figlio, e dopo di lui ebbe altri due figli. La sua è un’in­fan­zia sere­na e movi­men­ta­ta. Bambino intel­li­gen­te, si dis­tin­gue subi­to per la sua bra­vu­ra in mate­ma­ti­ca. Ma Antonio non ama mol­to la scu­ola, ribel­le e indi­pen­den­te com’è. Da scu­ola scap­pa: da Pola, da Pisino, da Capodistria, da Gorizia, aggrap­pan­do­si alla car­ro­zza del padre o nas­con­den­do­si nel fieno di un car­ro da buoi. La rive­la­zi­one arri­va alla scu­ola supe­ri­ore di Graz con la musi­ca cla­ssi­ca di Beethoven e Bach. Antonio comin­cia a suona­re il piano­for­te, ma le sue mani sono pic­co­le, poco adat­te a quel­lo stru­men­to. La dif­fi­col­tà gli agu­zza l’in­geg­no e lo spin­ge a tro­va­re solu­zi­oni armo­nic­he e melo­dic­he: come quel­la di aggi­un­ge­re qual­c­he nota nei passag­gi per sem­pli­fi­ca­re la par­ti­tu­ra. Al ritor­no da Graz annun­cia ai geni­to­ri che la musi­ca, la com­po­si­zi­one più che l’e­se­cu­zi­one, è il suo destino.

La scelta di Milano

Smareglia sce­glie di for­mar­si al con­ser­va­to­rio di Milano. Non solo per­c­hè non padro­neg­gia bene la lin­gua tedes­ca ma soprat­tut­to per­c­hè tro­va affi­nità tra una gran­de cit­tà come Milano e la sua Pola,  spe­ci­al­men­te nel­l’or­ga­ni­zza­zi­one soci­ale. Da paesi­no di pes­ca­to­ri, Pola era dive­nu­ta una cit­tà impor­tan­te, sede di gran­di can­ti­eri nava­li e mili­ta­ri, e dal 1876, anno in cui viene reali­zza­ta la fer­ro­via Vienna-Trieste-Pola, meglio col­le­ga­ta alle cit­tà che contano.

Milano rap­pre­sen­ta­va il con­nu­bio tra l’or­di­ne aus­tri­aco e la musi­ca­lità ita­li­ana, una sede insom­ma ide­ale per il giova­ne Antonio.

Al con­ser­va­to­rio di Milano conos­ce Franco Faccio, che divi­ene suo docen­te pri­va­to e ami­co. Faccio ha su di lui un’in­flu­en­za posi­ti­va: gli fa conos­ce­re Wagner, incon­tro che seg­nerà la  vita e la pro­du­zi­one artis­ti­ca di Smareglia. A Milano, poi, un  altro incon­tro, quel­lo con l’am­bi­en­te del­la sca­pi­gli­atu­ra: Smareglia vi ritro­va quel­lo spi­ri­to di liber­tà e indi­pen­den­za che è anc­he suo, gli sca­pi­gli­ati sono gli inter­lo­cu­to­ri ide­ali per un con­fron­to cri­ti­co sul­la cul­tu­ra musi­ca­le dell’epoca.

In un paese divi­so in due fazi­oni, Verdiani e Wagneriani, Milano è il cen­tro, soprat­tut­to eco­no­mi­co, del­la musica.

L’anticonformista

Nelle sue vene scor­re san­gue ita­li­ano, slo­ve­no e cro­ato, impa­ren­ta­to alla lon­ta­na con la bat­ta­gli­era razza uscoc­ca. Passionale e roman­ti­co, Smareglia era uomo e artis­ta irrequ­ieto, insa­zi­abi­le nel­la ricer­ca come nel­la vita pri­va­ta. Dopo l’in­con­tro con la sca­pi­gli­atu­ra mila­ne­se il suo lin­gu­ag­gio si fa anco­ra più diret­to, tal­vol­ta per­si­no “inop­por­tu­no”, tan­to da arri­va­re a defi­ni­re Verdi “il chitarrista”.

La cecità

Dalla voce di Miria Levi nel mono­lo­go di Jetti: „… quel­l’an­no (1894 ndr) fu l’i­ni­zio del­la fine. A Tonci ven­ne la cata­rat­ta, diven­ni i suoi occ­hi e la sua mano, lui det­ta­va con la for­za del suo genio, io gli tene­vo dietro con la mia scrit­tu­ra da ama­nu­en­se meti­co­lo­sa“. I medi­ci gli ave­va­no scon­si­gli­ato di ope­rar­si e Antonio finì col diven­ta­re pro­gre­ssi­va­men­te cieco. L’alfabeto Braille era già sta­to inven­ta­to, ma per la musi­ca non esis­te­va anco­ra la possi­bi­lità di conver­si­one. Non smi­se di com­por­re: ave­va il sen­so del­l’or­c­hes­tra, cre­ava nel­la sua men­te e poi det­ta­va alla moglie, ai figli, ai paren­ti. La cecità fu per lui una pri­gi­one ma anc­he un enor­me sti­mo­lo per la cre­ati­vità. E la pre­dis­po­si­zi­one per la mate­ma­ti­ca lo aiutò a memo­ri­zza­re le armo­nie del tes­to e a det­tar­ne le pause.

Il monologo della moglie Jetti

Jetti conob­be Antonio appe­na dici­ot­ten­ne e lo amò mol­to. Trovava in lui, dice­va, “dietro al mas­c­hio cro­ato la bon­tà di mio padre”, il padre che ave­va appe­na per­so, ma per lui ver­sò non poc­he lacri­me. Antonio era “un genio golo­so e insa­zi­abi­le” e il loro non fu un matri­mo­nio felice.

Jetti fu la sua ànco­ra, fino a quan­do non si deci­se a chi­ede­re il divorzio.“Gioco per­fi­do il suo, la feli­cità data con la musi­ca subi­to la sot­tra­eva con fat­ti e paro­le sba­gli­ate. Col tem­po Tonci mi diven­ne Antonio, e poi Smareglia. Dall’amore alla com­pa­ssi­one, dal­la com­pa­ssi­one al ran­co­re, dal ran­co­re all’odio”.

Dopo aver­la per­sa, Smareglia non si diede pace, tra sen­si di col­pa e bisog­no di espi­azi­one. La cer­ca­va ovunque, chi­ede­va messe in suf­fra­gio e orga­ni­zza­va sedu­te spi­ri­tic­he per ritrovarla.

«La voce del­le don­ne, la voce del­le mogli dei musi­cis­ti – com­men­ta l’a­utri­ce – non si sa, non si sen­te mai, e in real­tà bisog­ne­reb­be cal­co­la­re anc­he la loro par­te, cosa c’è di sof­fe­ren­ze e di mise­ria. Nel caso di Smareglia c’era il tri­on­fo di un mas­c­hi­li­smo che si spe­ra ver­rà supe­ra­to nel tem­po, però una rifle­ssi­one sul­la don­na e moglie del musi­cis­ta non è mai sta­ta fat­ta; quin­di, ques­ta è sta­ta per me un’occasione».

Il contesto storico-culturale

I teatri del­l’e­po­ca era­no sos­te­nu­ti dal­le case edi­tri­ci: la Ricordi sos­te­ne­va La Scala, la Lucca il Comunale di Bologna. Ma la cri­si eco­no­mi­ca euro­pea com­por­tò la chi­usu­ra di mol­ti teatri e luog­hi di cul­tu­ra, e inol­tre le ope­re di Wagner era­no più cos­to­se di quel­le di Verdi. Come dif­fon­de­re la musi­ca quin­di? Nei salot­ti, soprat­tut­to quel­lo oblun­go di Giulio Ricordi. Verdi sos­te­nu­to dal­la  Ricordi e Wagner da  Lucca. Wagner attrat­to dall’Italia, Verdi sim­bo­lo del­l’u­nità d’Italia.

E poi la guerra.

Una strana persona al confine

Quando la Venezia Giulia viene anne­ssa all’Italia, lui, wag­ne­ri­ano e com­po­si­to­re dal sin­fo­ni­smo tedes­co, si trovò a non esse­re più con­si­de­ra­to da Vienna, in quan­to nemi­co, e a non esse­re abbas­tan­za appre­zza­to in Italia, in quan­to “stra­na per­so­na al con­fi­ne”. Un dram­ma che ne seg­nò la per­so­na­lità e il destino.

Joyce, che gli fu ami­co e per un bre­ve peri­odo suo vici­no di casa a Trieste, gli ave­va pre­det­to gran­di suc­ce­ssi. Che comunque arri­va­ro­no. L’opera veris­ta “Nozze istri­ane”, ambi­en­ta­ta nel­l’a­ma­ta Dignano, fu ese­gu­ita non solo in Italia e in Austria, ma anc­he a New York. Dalla col­la­bo­ra­zi­one con Silvio Benco,  let­te­ra­to e diret­to­re di gior­na­le, nacqu­ero ope­re come “Abisso”, “Oceana”, “Falena”. “Il libret­to viene pri­ma del­l’o­pe­ra” gli sug­gerì Benco.

Ma for­se il suo esse­re wag­ne­ri­ano, anti­con­for­mis­ta e sen­za peli sul­la lin­gua gli pre­gi­udicò mol­te oppor­tu­nità di affer­mar­si nel con­tes­to ope­ris­ti­co ita­li­ano a caval­lo tra l’800 e il 900.

“Le sue ope­re – si leg­ge in quar­ta di coper­ti­na- con­ti­nu­ano ad accen­de­re par­te­ci­pa­te dis­cu­ssi­oni e il suo des­ti­no di uomo e di artis­ta si infran­ge su giudi­zi con­trad­di­to­ri. Antonio Smareglia ispi­ra ammi­ra­zi­one, disap­pun­to e quesi­ti insol­vi­bi­li che si esten­do­no a tut­to il mon­do musi­ca­le a lui contemporaneo”.

Giuliana Stecchina, per 40 anni tito­la­re del­la cat­te­dra d’Arpa al Conservatorio G. Tartini di Trieste, è la fon­da­tri­ce del­la Scuola d’ar­pa all’Istituto Comunale di Musica di Gorizia ed ha inseg­na­to Arpa Celtica all’Accademia di Urbino, Musica da Camera e Storia del­la Musica ai Corsi Estivi dell’Univerità Cattolica di Milano, Comunicazione all’Accademia Benedetto Marcello di Venezia e Storia del­la Musica e Didattica del­la Musica all’Università di Trieste. Concertista, come solis­ta e in for­ma­zi­one came­ris­tic­he, vin­ci­tri­ce di nume­ro­si con­cor­si musi­ca­li e let­te­ra­ri, da gior­na­lis­ta pub­bli­cis­ta ha fir­ma­to 140 inter­vis­te a per­so­nag­gi dell’Istria e del Friuli Venezia Giulia e più di ven­ti sce­neg­gi­ati per la RAI. In qualità di pro­fe­sso­re a con­trat­to ha tenu­to l’in­seg­na­men­to di Letterature moder­ne com­pa­ra­te all’Università di Trieste e, attu­al­men­te, come pro­fe­sso­re aggi­un­to è docen­te di comu­ni­ca­zi­one ora­le all’Università Jurai Dobrila di Pola. Per la Radio e per la Televisione di Capodistria, per la Rai e per Radio Nuova Trieste ha con­dot­to un migli­aio di tra­smi­ssi­oni da lei con­ce­pi­te. È sta­ta insig­ni­ta del pre­mio Donne d’Europa.

Il pro­ssi­mo libro a cui Giuliana Stecchina sta lavo­ran­do avrà per tito­lo „Aspetti psi­co­lo­gi­ci del­l’e­so­do“. „Una rifle­ssi­one sul ter­ro­re e sul­la tema­ti­ca del­l’o­dio, argo­men­ti – com­men­ta – su cui tut­ti dob­bi­amo sof­fer­mar­ci con mol­ta attenzione.“