“Antonio Smareglia e il suo mondo”
Il libro di Giuliana Stecchina presentato all’IRCI di Trieste
Testo e fotografie di Luisa SORBONE
Un caso a parte nella storia della musica. “Un grande musicista che avrebbe forse meritato una miglior fortuna” lo ha definito Franco Degrassi. È a lui, Antonio Francesco Smareglia, genio della musica e personaggio controverso nella vita pubblica e privata, che Giuliana Stecchina dedica il suo ultimo libro. Non solo consegnandoci il racconto dettagliato delle vicende storiche che hanno influito sulla vita e sul successo del musicista, ma soprattutto ricostruendo attraverso la tecnica narrativa del monologo interiore, gli aspetti più privati dell’uomo, per lo più sconosciuti al grande pubblico.
“Antonio Smareglia e il suo mondo”, edito dall’Associazione delle Comunità Istriane, è stato presentato dall’autrice, con il contributo dell’attrice Miria Levi, lo scorso giovedi 19 gennaio presso il Civico Museo della Civiltà istriana fiumano dalmata di Trieste, a 100 anni dalla stesura del testamento, stilato da Smareglia nel 1929 a Grado, in casa del nipote Biagio Marin.
Perchè questo libro su Smareglia? „Sono concertista – commenta Giuliana Stecchina, per 40 anni titolare della cattedra d’Arpa al Conservatorio di Trieste – La musica è il mio pane quotidiano e la mia vita. Mi piace viverla nei suoi aspetti più intimi, so che fare musica non è facile ed è stato molto coinvolgente per me indagare e scrivere questo libro.“
Un libro composto da due parti
Una dedicata alla storia della musica, la seconda fatta di monologhi. „Perché quando si fa storia, e si fa storia della musica – aggiunge – non siamo affatto certi di riuscire a riprodurre l’animo, la sensazione e la reazione all’ambiente in cui il musicista viveva. Per questo motivo ho scritto quattro monologhi, due femminili e due maschili.“
Eccoli i monologhi: a mamma Giulia; alla moglie Jetti; a Tonci, perchè Antonio in casa era chiamato così; al “seggio di Nerone”, sul quale lui, amante della latinità e orgoglioso di essere nato a Pola, era solito sedersi in Arena, incurante delle date storiche di costruzione dell’anfiteatro.
[lang_it]“Alcuni dati sono il frutto di ricerche, altri sono dedotti. Al Museo Schmidl ho trovato molto: la biografia scritta scritta da Silvio Benco e quella scritta dai figli (anzi le biografie, una pubblicata in Svizzera e l’altra in Italia)”.
[lang_it]“Antonio Smareglia e il suo mondo” è un libro che racconta, analizza, indaga nella vita intima del musicista e di chi gli è stato accanto. Ricco di verità e di aneddoti, senza il filtro dell’accondiscendenza, ci aiuta a comprendere le dinamiche psicologiche dell’ambiente in cui Smareglia è vissuto e le ragioni di un pubblico che ha sempre apprezzato la musica del genio ma ha spesso provato disagio di fronte agli eccessi dell’uomo.
Giuliana Stecchina nel corso della presentazione all’IRCI ha regalato al pubblico un interessante racconto, intervallato dalle note dell’ouverture di “Nozze istriane” e dalla lettura espressiva di Miria Levi di un monologo contenuto nel libro. Eccone un assaggio.
L’infanzia e l’adolescenza
Antonio Smareglia nasce a Pola nel 1854, 41 anni dopo Wagner. Sua madre lo desiderava molto, era il terzo figlio, e dopo di lui ebbe altri due figli. La sua è un’infanzia serena e movimentata. Bambino intelligente, si distingue subito per la sua bravura in matematica. Ma Antonio non ama molto la scuola, ribelle e indipendente com’è. Da scuola scappa: da Pola, da Pisino, da Capodistria, da Gorizia, aggrappandosi alla carrozza del padre o nascondendosi nel fieno di un carro da buoi. La rivelazione arriva alla scuola superiore di Graz con la musica classica di Beethoven e Bach. Antonio comincia a suonare il pianoforte, ma le sue mani sono piccole, poco adatte a quello strumento. La difficoltà gli aguzza l’ingegno e lo spinge a trovare soluzioni armoniche e melodiche: come quella di aggiungere qualche nota nei passaggi per semplificare la partitura. Al ritorno da Graz annuncia ai genitori che la musica, la composizione più che l’esecuzione, è il suo destino.
La scelta di Milano
Smareglia sceglie di formarsi al conservatorio di Milano. Non solo perchè non padroneggia bene la lingua tedesca ma soprattutto perchè trova affinità tra una grande città come Milano e la sua Pola, specialmente nell’organizzazione sociale. Da paesino di pescatori, Pola era divenuta una città importante, sede di grandi cantieri navali e militari, e dal 1876, anno in cui viene realizzata la ferrovia Vienna-Trieste-Pola, meglio collegata alle città che contano.
Milano rappresentava il connubio tra l’ordine austriaco e la musicalità italiana, una sede insomma ideale per il giovane Antonio.
Al conservatorio di Milano conosce Franco Faccio, che diviene suo docente privato e amico. Faccio ha su di lui un’influenza positiva: gli fa conoscere Wagner, incontro che segnerà la vita e la produzione artistica di Smareglia. A Milano, poi, un altro incontro, quello con l’ambiente della scapigliatura: Smareglia vi ritrova quello spirito di libertà e indipendenza che è anche suo, gli scapigliati sono gli interlocutori ideali per un confronto critico sulla cultura musicale dell’epoca.
In un paese diviso in due fazioni, Verdiani e Wagneriani, Milano è il centro, soprattutto economico, della musica.
L’anticonformista
Nelle sue vene scorre sangue italiano, sloveno e croato, imparentato alla lontana con la battagliera razza uscocca. Passionale e romantico, Smareglia era uomo e artista irrequieto, insaziabile nella ricerca come nella vita privata. Dopo l’incontro con la scapigliatura milanese il suo linguaggio si fa ancora più diretto, talvolta persino “inopportuno”, tanto da arrivare a definire Verdi “il chitarrista”.
La cecità
Dalla voce di Miria Levi nel monologo di Jetti: „… quell’anno (1894 ndr) fu l’inizio della fine. A Tonci venne la cataratta, divenni i suoi occhi e la sua mano, lui dettava con la forza del suo genio, io gli tenevo dietro con la mia scrittura da amanuense meticolosa“. I medici gli avevano sconsigliato di operarsi e Antonio finì col diventare progressivamente cieco. L’alfabeto Braille era già stato inventato, ma per la musica non esisteva ancora la possibilità di conversione. Non smise di comporre: aveva il senso dell’orchestra, creava nella sua mente e poi dettava alla moglie, ai figli, ai parenti. La cecità fu per lui una prigione ma anche un enorme stimolo per la creatività. E la predisposizione per la matematica lo aiutò a memorizzare le armonie del testo e a dettarne le pause.
Il monologo della moglie Jetti
Jetti conobbe Antonio appena diciottenne e lo amò molto. Trovava in lui, diceva, “dietro al maschio croato la bontà di mio padre”, il padre che aveva appena perso, ma per lui versò non poche lacrime. Antonio era “un genio goloso e insaziabile” e il loro non fu un matrimonio felice.
Jetti fu la sua àncora, fino a quando non si decise a chiedere il divorzio.“Gioco perfido il suo, la felicità data con la musica subito la sottraeva con fatti e parole sbagliate. Col tempo Tonci mi divenne Antonio, e poi Smareglia. Dall’amore alla compassione, dalla compassione al rancore, dal rancore all’odio”.
Dopo averla persa, Smareglia non si diede pace, tra sensi di colpa e bisogno di espiazione. La cercava ovunque, chiedeva messe in suffragio e organizzava sedute spiritiche per ritrovarla.
«La voce delle donne, la voce delle mogli dei musicisti – commenta l’autrice – non si sa, non si sente mai, e in realtà bisognerebbe calcolare anche la loro parte, cosa c’è di sofferenze e di miseria. Nel caso di Smareglia c’era il trionfo di un maschilismo che si spera verrà superato nel tempo, però una riflessione sulla donna e moglie del musicista non è mai stata fatta; quindi, questa è stata per me un’occasione».
Il contesto storico-culturale
I teatri dell’epoca erano sostenuti dalle case editrici: la Ricordi sosteneva La Scala, la Lucca il Comunale di Bologna. Ma la crisi economica europea comportò la chiusura di molti teatri e luoghi di cultura, e inoltre le opere di Wagner erano più costose di quelle di Verdi. Come diffondere la musica quindi? Nei salotti, soprattutto quello oblungo di Giulio Ricordi. Verdi sostenuto dalla Ricordi e Wagner da Lucca. Wagner attratto dall’Italia, Verdi simbolo dell’unità d’Italia.
E poi la guerra.
Una strana persona al confine
Quando la Venezia Giulia viene annessa all’Italia, lui, wagneriano e compositore dal sinfonismo tedesco, si trovò a non essere più considerato da Vienna, in quanto nemico, e a non essere abbastanza apprezzato in Italia, in quanto “strana persona al confine”. Un dramma che ne segnò la personalità e il destino.
Joyce, che gli fu amico e per un breve periodo suo vicino di casa a Trieste, gli aveva predetto grandi successi. Che comunque arrivarono. L’opera verista “Nozze istriane”, ambientata nell’amata Dignano, fu eseguita non solo in Italia e in Austria, ma anche a New York. Dalla collaborazione con Silvio Benco, letterato e direttore di giornale, nacquero opere come “Abisso”, “Oceana”, “Falena”. “Il libretto viene prima dell’opera” gli suggerì Benco.
Ma forse il suo essere wagneriano, anticonformista e senza peli sulla lingua gli pregiudicò molte opportunità di affermarsi nel contesto operistico italiano a cavallo tra l’800 e il 900.
“Le sue opere – si legge in quarta di copertina- continuano ad accendere partecipate discussioni e il suo destino di uomo e di artista si infrange su giudizi contradditori. Antonio Smareglia ispira ammirazione, disappunto e quesiti insolvibili che si estendono a tutto il mondo musicale a lui contemporaneo”.
Giuliana Stecchina, per 40 anni titolare della cattedra d’Arpa al Conservatorio G. Tartini di Trieste, è la fondatrice della Scuola d’arpa all’Istituto Comunale di Musica di Gorizia ed ha insegnato Arpa Celtica all’Accademia di Urbino, Musica da Camera e Storia della Musica ai Corsi Estivi dell’Univerità Cattolica di Milano, Comunicazione all’Accademia Benedetto Marcello di Venezia e Storia della Musica e Didattica della Musica all’Università di Trieste. Concertista, come solista e in formazione cameristiche, vincitrice di numerosi concorsi musicali e letterari, da giornalista pubblicista ha firmato 140 interviste a personaggi dell’Istria e del Friuli Venezia Giulia e più di venti sceneggiati per la RAI. In qualità di professore a contratto ha tenuto l’insegnamento di Letterature moderne comparate all’Università di Trieste e, attualmente, come professore aggiunto è docente di comunicazione orale all’Università Jurai Dobrila di Pola. Per la Radio e per la Televisione di Capodistria, per la Rai e per Radio Nuova Trieste ha condotto un migliaio di trasmissioni da lei concepite. È stata insignita del premio Donne d’Europa.
Il prossimo libro a cui Giuliana Stecchina sta lavorando avrà per titolo „Aspetti psicologici dell’esodo“. „Una riflessione sul terrore e sulla tematica dell’odio, argomenti – commenta – su cui tutti dobbiamo soffermarci con molta attenzione.“





