Al Revoltella l’opera dell’artista visionario e autodidatta che continua a suscitare interesse nel mondo della critica contemporanea

La pittura alchemica di Antonio Ligabue in mostra a Trieste

Testo di Luisa SORBONE

30.01.2024

Sarà aper­ta fino al 18 feb­bra­io al Museo Revoltella di Trieste la mos­tra anto­lo­gi­ca dedi­ca­ta ad Antonio Ligabue.

Più di 60 ope­re tra oli, diseg­ni e scul­tu­re che rac­con­ta­no la vita e l’opera del­l’ar­tis­ta dal 1927 al 1962. Un per­cor­so ripar­ti­to in tre peri­odi secon­do il cri­te­rio adot­ta­to da Sergio Negri in occa­si­one del­la pri­ma gran­de anto­lo­gi­ca nel 1975.

Una sto­ria ter­ri­bi­le e straordinaria

Quella di Antonio Ligabue è una sto­ria uma­na e artis­ti­ca stra­or­di­na­ria, che negli anni ha appa­ssi­ona­to tut­ti, tan­to da dive­ni­re sog­get­to di pro­du­zi­oni tele­vi­si­ve fin dagli anni ’70. Molti ricor­de­ran­no lo sce­neg­gi­ato RAI di Salvatore Nocita del 1977 con Flavio Bucci, o il più recen­te film “Volevo nas­con­der­mi” del 2020 di Giorgio Diritti, con la note­vo­le inter­pre­ta­zi­one di Elio Germano. Narrazioni che han­no cer­ca­to di ricos­tru­ire la vita tor­men­ta­ta di Antonio Ligabue. Nato in Svizzera nel 1899 da madre ita­li­ana e padre sco­nos­ci­uto, poi affi­da­to ad una fami­glia anc­h’e­ssa seg­na­ta da un des­ti­no di emi­gra­zi­one e dal­l’in­di­gen­za  e infi­ne, quasi ven­ten­ne, espul­so dal­la ter­ra elve­ti­ca per volon­tà del­la madre adot­ti­va con des­ti­na­zi­one Gualtieri, in pro­vin­cia di Reggio Emilia.  Affetto fin dal­la giovi­ne­zza da una malat­tia men­ta­le che si mani­fes­ta con aggre­ssi­vità e pro­ble­mi psic­hi­atri­ci, gli è impo­ssi­bi­le rela­zi­onar­si con gli altri. Giunto in Italia è stra­ni­ero in ter­ra stra­ni­era, par­la una lin­gua che nessu­no capis­ce. Isolato dal mon­do, vive come un sel­vag­gio  nel­le cam­pag­ne del Po. E lì, tra il fiume e i covo­ni di gra­no, Antonio comin­cia a dipin­ge­re, quel­la è la via d’us­ci­ta sal­vi­fi­ca. Nel 1928, e in ques­to c’è mol­to di stra­or­di­na­rio, acca­de qual­co­sa che cam­bi­erà il suo des­ti­no: l’in­con­tro con il pit­to­re e scul­to­re Renato Martino Mazzacurati. Da quel momen­to Antonio Laccabue, il nome dato­gli dal patrig­no, diven­ta Ligabue, il pit­to­re Antonio Ligabue.

La pit­tu­ra di Ligabue

L’arte entra nel­la vita di Ligabue fin dall’infanzia, come leni­ti­vo di dolo­ri pro­fon­di. È una pit­tu­ra estem­po­ra­nea che si ser­ve di mate­ri­ali  rudi­men­ta­li: com­pen­sa­to, car­to­ne e pezzi di leg­no. Il risul­ta­to sono quadri dai colo­ri viva­ci, linee defi­ni­te e pros­pet­ti­va dis­tor­ta, espre­ssi­one sog­get­ti­va del suo lot­ta­re con una real­tà disa­ge­vo­le.  Il colo­re diven­ta  rifu­gio: più l’anima è stra­zi­ata, più i colo­ri diven­ta­no bril­lan­ti, come in un atto libe­ra­to­rio. Pennellate che van­no oltre la semi­oti­ca del­la nor­ma­lità, che par­la­no un lin­gu­ag­gio visi­ona­rio che tra­sfor­ma la sof­fe­ren­za psic­hi­ca in uno sgu­ar­do uni­co sul­la  per­ce­zi­one del mon­do e che ci rive­la­no una pro­fon­da con­ne­ssi­one con la natura.

“Ligabue non può non sor­pren­de­re, non sgo­men­ta­re, e non convin­ce­re con lo spet­ta­co­lo sba­lor­di­ti­vo di ques­ta sua tene­bro­sa violen­za e magi­ca peri­zia di pit­to­re che sa dar­ci in un uni­co impas­to l’ordine e il disor­di­ne dell’uomo nel cre­ato”. È così che il cri­ti­co Giancarlo Vigorelli des­cri­ve Ligabue, con­sa­cran­do­ne il suc­ce­sso a livel­lo nazi­ona­le, in occa­si­one del­la mos­tra alla Galleria Barcaccia di Roma, nel 1961. Ligabue ha dipin­to 123 auto­ri­trat­ti nel­l’ar­co di cir­ca quaran­t’an­ni. Altri sog­get­ti frequ­en­te­men­te ritrat­ti era­no gli ani­ma­li:  leopar­di, tigri e vola­ti­li,  ritrat­ti in momen­ti di aggre­ssi­va lot­ta per la soprav­vi­ven­za. Molte le sce­ne rura­li del­la cam­pag­na emi­li­ana, mosa­ici di vita agres­te in cui a vol­te si inse­ris­co­no tassel­li di sce­na­ri alpi­ni del­la sua ama­ta Svizzera.

La popo­la­rità

La  noto­ri­età di Ligabue è cres­ci­uta nel cor­so degli anni gra­zie all’in­te­re­sse degli appa­ssi­ona­ti d’ar­te, dei col­le­zi­onis­ti e degli esper­ti. La sua arte è spe­sso des­crit­ta come naïf o pri­mi­ti­va, anc­he se oggi ques­ti ter­mi­ni sono anco­ra ogget­to di dibat­ti­to. Di cer­to, l’a­uten­ti­cità e l’in­ten­sità del­la sua pit­tu­ra  non solo ha ric­hi­ama­to l’at­ten­zi­one dei cri­ti­ci ma ha fat­to di Ligabue una figu­ra ico­ni­ca nel mon­do del­l’ar­te, rico­nos­ci­uta a livel­lo nazi­ona­le e inter­na­zi­ona­le. Scrisse di lui Indro Montanelli: “Io ste­sso, nel­la mia igno­ran­za, sono rimas­to col­pi­to dal­la net­te­zza dei colo­ri e del­lo stra­or­di­na­rio pote­re di sug­ges­ti­one che spri­gi­ona da cer­te sue assur­de figu­re di leoni e di goril­la e da cer­te sue maca­bre sequ­en­ze di sca­ra­fag­gi all’a­ssal­to di cada­ve­ri. Ligabue non sareb­be il pri­mo pit­to­re il cui con­fi­ne tra il genio e la fol­lia si mos­tra piut­tos­to labi­le e incerto”.

La mos­tra a Trieste

Questo affas­ci­nan­te mon­do artis­ti­co di Ligabue è rac­con­ta­to nel per­cor­so cro­no­lo­gi­co cura­to nel­le sale del Museo Revoltella da Francesco Negri e Francesca Villanti. Tappa con­si­gli­ata alla sug­ges­ti­va sala mul­ti­me­di­ale del pri­mo piano, in cui i più famo­si dipin­ti di Ligabue pren­do­no vita e cam­bi­ano for­ma, com­pli­ci i rifle­ssi degli spec­c­hi tut­t’in­tor­no. In sala Scarpa, segu­en­do una ripar­ti­zi­one cro­no­lo­gi­ca, sono rac­con­ta­te le tap­pe dell’opera dell’artista e del­l’u­omo. A par­ti­re dal pri­mo peri­odo (1927−1939), quan­do i colo­ri sono anco­ra mol­to tenui e i temi sono lega­ti alla vita agres­te o alle sce­ne di ani­ma­li fero­ci e sono anco­ra poc­hi gli auto­ri­trat­ti. Una nar­ra­zi­one più reale seg­na il secon­do peri­odo (1939−1952): le for­me si fan­no più com­ple­sse e arri­va­no a ripro­dur­re il movi­men­to e l’a­zi­one. Nel ter­zo peri­odo (1952−1962), che è la fase più pro­li­fi­ca, il seg­no pit­to­ri­co pren­de for­za e l’immagine pre­va­le sul res­to del­la sce­na. È di quest’ultimo peri­odo la cor­po­sa pro­du­zi­one di auto­ri­trat­ti, diver­si­fi­ca­ti a secon­da degli sta­ti d’animo.

Tra i capo­la­vo­ri espos­ti al Revoltella c’è Carrozzella con caval­li e paesag­gio svi­zze­ro (1956−1957), Autoritratto con sci­ar­pa rossa (1952- 1962) e Ritratto di Marino (1939- 1952), accan­to alla sezi­one dedi­ca­ta alla pro­du­zi­one gra­fi­ca con diseg­ni e inci­si­oni – Iena (1952−1962) e Cavallo con asi­no (1952−1962) – e a quel­la che rac­con­ta la sua incre­di­bi­le vicen­da umana.

La mos­tra “Antonio Ligabue”, ina­ugu­ra­ta l’8 novem­bre scor­so, è pro­mo­ssa e orga­ni­zza­ta dal Comune di Trieste – Assessorato alle poli­tic­he del­la cul­tu­ra e del turi­smo, con il sup­por­to di Trieste Convention and Visitors Bureau e PromoTurismo FVG, ed è pro­dot­ta da Arthemisia in col­la­bo­ra­zi­one con il Comune di Gualtieri e con la Fondazione Museo Antonio Ligabue, fon­da­ta nel 2014 a Gualtieri con l’o­bi­et­ti­vo di far conos­ce­re e valo­ri­zza­re l’ar­te di ques­to out­si­der del­la pit­tu­ra italiana.

Orari di aper­tu­ra del­la mos­tra: dal lunedì alla dome­ni­ca, esclu­so il mar­tedì, dal­le 9 alle 19.