A colloquio con Ljiljana Avirović

Passione, formazione e tanta lettura: così si diventa traduttori letterari

• “La traduzione è la prima forma di critica letteraria, che permette all’autore di acquisire maggiore consapevolezza del suo testo.”

Claudio Magris

• Secondo i dati del “Rapporto sullo stato dell’editoria in Italia 2018” redatto dall’Associazione Italiana Editori, nel 2017 il mercato del libro sembrava confermare per il terzo anno consecutivo l’uscita da un lungo periodo di recessione. Anche il numero di libri italiani tradotti era tutt’altro che irrilevante: nel 2017 le case editrici italiane hanno venduto all’estero complessivamente 7.230 diritti di edizione ai colleghi stranieri e hanno comprato diritti per 9.290 titoli. Rispetto al 2016 un 10,1% di crescita nelle vendite all’estero. Trend insomma che facevano sperare in un futuro positivo.

Poi è arrivata la pandemia.

Il 26 maggio scorso, in diretta web, il presidente dell’Associazione Italiana Editori stimava che, causa chiusura delle librerie durante i primi quattro mesi dell’anno, la perdita prevista per il settore a fine 2020 potrebbe aggirarsi tra i 650 e i 900 milioni di euro su un fatturato di 3,2 miliardi: 18.600 i titoli non pubblicati, 2.500 quelli non tradotti per un totale di 40milioni di libri persi.

Sull’importanza della letteratura come strumento di conoscenza culturale non c’è molto da aggiungere. Sul valore assoluto e “relativo” della letteratura tradotta, forse si. In molti paesi esistono Fondi di sostegno alla traduzione (ad esempio paesi come Svezia, Danimarca e Norvegia hanno una politica culturale che supporta il mondo delle traduzioni) e anche all’interno dell’Unione Europea vi è un ente preposto.

Ma cosa veramente accade nel mondo della traduzione letteraria “nostrana” e quali sono le reali difficoltà incontrate da chi coraggiosamente ne entra a far parte? E come si caratterizza oggi il panorama della trasposizione letteraria dall’italiano nelle lingue slave e viceversa? Ne abbiamo parlato con Ljiljana Avirović.

“Le problematiche sono conosciute da tempo – commenta Ljiljana. Gli autori, se solo un po’ noti e accreditati, molto spesso trovano da soli l’editore italiano. Gli editori, a loro volta, comperano i volumi premiati a livello europeo senza chiedersi troppo della qualità degli stessi e della possibilità di una buona traduzione. Le generazioni di traduttori italiani che traducono dal croato, dal serbo o dal russo in italiano stanno cambiando, com’è giusto che sia, ma non è detto che i giovani traduttori siano in grado di affrontare le problematiche di un volume davvero ben scritto. S’impone da subito la necessità di formarli. In Italia l’albo dei traduttori non esiste, i traduttori accordano il prezzo delle cartelle con l’editore facendosi umiliare al ribasso. Questo è solo l’incipit del problema che, però, persiste da sempre. Nella Iugoslavia di un tempo, e ora in varie sue ex repubbliche, esistevano ed esistono associazioni di traduttori letterari, vale a dire un vero albo, di cui non si entra a far parte per caso. Certo, ciò è una garanzia per la traduzione dalle lingue straniere – dall’italiano per esempio – ma non lo è in senso opposto. Se a tale problematica aggiungiamo la quasi totale mancanza di redattori con conoscenza di una lingua slava, allora il problema si fa da solo molto evidente.

Nella mia quarantennale esperienza di traduzione, ho fatto un centinaio e più di schede illustrative dei migliori autori, le ho spedite agli editori e molti di questi autori li ho anche tradotti.”

Ljiljana Avirović è traduttrice letteraria dal 1979, anno in cui a Zagabria inizia a collaborare con la casa editrice Grafički Zavod, traducendo in croato le opere di Claudio Magris “Danubio” e “Illazione su una sciabola”. Da quel momento in poi la sua attività nel settore della traduzione letteraria si è fatta molto intensa: ancora Magris con l’editore Durieux (“Trieste un’identità di frontiera”, “La Mostra”, “Alla cieca”, “Stadelmann”) ma anche altri autori italiani, come Saba, Pasolini, Sgorlon.

“Si, è antica la mia esperienza traduttiva in quella grande casa editrice, dove ho avuto occasione di incontrare redattori letterari di massimo livello, come Berty Goldstein, Nenad Popovic e molti altri. Ci insegnavano non solo a tradurre ma, soprattutto, a leggere. Goldstein voleva sempre traduttori giovani per poterli plasmare secondo la necessità del libro o dello stato da cui proveniva. Così a Zagabria abbiamo pubblicato tra i primi “Il nome della rosa” di Umberto Eco (tradotto da Morana Čale) e, primi in assoluto, “Danubio” di Claudio Magris. È interessante sottolineare che lo stesso editore ha pubblicato “Verde acqua” di Marisa Madieri, opera che parla coraggiosamente dell’esodo istriano dalmata. I tempi di certo non erano propensi a un simile tema.”

Vivi da molti anni a Trieste, storicamente luogo d’incontro multiculturale e crocevia di anime diverse, e per questo hai un punto di vista privilegiato che ti consente valutazioni sul reale interesse che i lettori italiani manifestano nei confronti degli autori dell’Est-Europa. Il criterio con il quale le case editrici italiane o straniere decidono di tradurre o meno dei testi è unicamente legato alla fama di un autore o ci sono altre componenti di mercato?

“La Iugoslavia e ora la Croazia, la Serbia, la Macedonia, la Bosnia Erzegovina, proporzionalmente all’Italia sono davvero piccole e in serbo e in croato e in altre lingue vicine è stata tradotta quasi tutta la letteratura italiana. È giusto così. I grandi italiani ci hanno insegnato a comporre il sonetto, i grandi traduttori ci hanno insegnato a tradurre Dante, Petrarca, Tasso… Effettivamente non dovremmo tener conto unicamente del rapporto percentuale, ma di quello che abbiamo da proporre come qualità letteraria. Personalmente mi sono sempre adoperata affinché i più grandi siano tradotti in italiano e viceversa. Un po’ più di ordine, in questo senso, non guasterebbe.”

L’importanza della formazione. In Italia fino agli anni 70 non esistevano Scuole per la Traduzione e quella di Trieste è stata tra le prime.

“Se pensiamo alle scuole di traduzione, la Scuola per Interpreti e Traduttori di Trieste vanta un bel primato e non è un caso che sia stata fondata proprio a Trieste. Con una punta di orgoglio dico di aver trascorso e di trascorrere ancora la mia esperienza di insegnamento in quello stesso istituto. Un’altra cosa sono le scuole di scrittura e di traduzione letteraria come quella, celebre, fondata a Torino da Magda Olivetti nel 1992. Li sì che si insegnava la traduzione letteraria e la scrittura creativa, venivano chiamati a insegnare i migliori traduttori italiani delle lingue più note dalle quali si operava.”

Nel 2012 hai fondato a Pola l’Istituto Europeo di Traduzione Letteraria “Janus Pannonius” e lì è stato anche organizzato un corso sulla pratica e sulla teoria della traduzione letteraria. Quali erano le aspettative e come stanno andando le cose?

“Nel 2012 abbiamo chiamato a Pola Magda Olivetti, per tenere a battesimo la SETL, Scuola Europea di Traduzione Letteraria, intitolata a Janus Pannonius. Grandi ambizioni di legame tra Croazia e Italia anche perché la celebre Scuola Interpreti è stata ed è tuttora un “punto di appoggio”. Abbiamo pubblicato numerosi volumi, abbiamo studiato e continuiamo a studiare le problematiche della traduzione poetica e letteraria. È splendido scoprire, lavorando, i talenti della traduzione letteraria e, in ogni biennio, ne ho scoperti almeno due. L’ultima traduzione, difficilissima, di “Una donna senza nome” di Vladimir Stojsavljević, ad opera di Veronica Bonelli, sarà pubblicata in autunno per il pubblico italiano. Com’è bello per me lavorare con creature del genere! Per esempio, vorrei che Vanesa Begić e Antonio Giudici portassero avanti il discorso della Scuola di Pola. Sono capacissimi e saprebbero farlo.”

Anche questo lavoro ha per così dire risvolti di carattere “tecnico” che presuppongono diverse fasi operative, magari declinate in modo personale. Ma ciò che accomuna tutti i traduttori è il senso di responsabilità nei confronti dell’autore che si traduce. Quanto contano gli anni di esperienza per fare una buona traduzione letteraria?

“Generalmente è l’esperienza a darci sicurezza e in molti casi è sufficiente. In questo caso non basta. Personalmente, ho tradotto una quindicina di libri di Magris in croato e altrettanti di Jergovic in italiano e posso dire che, quando si trattano autori così importanti, ogni singolo libro è completamente diverso dal precedente. Ogni volta che ci approcciamo alla traduzione dobbiamo studiare le varie fasi di avvicinamento e comportarci di conseguenza. Certo è che poi ogni traduttore ha diritto alla propria “manata”, alla propria arte traduttiva.”

Quanto è importante l’empatia con un testo, ovvero il “sentire” il mondo dell’autore, per ottenere i risultati migliori?

“Se un traduttore propone, persuaso della qualità, un autore all’editore, allora significa che l’empatia è già stata creata. Personalmente, incontrare i miei autori e consultarmi con loro è l’ultima fase prima della consegna dell’opera. Per giunta, Claudio Magris ha l’ottima abitudine di preparare una specie di vademecum delle citazioni e delle problematiche per tutti i suoi traduttori nel mondo. Certo, all’Avirović non bisogna spiegare dov’è e cos’è il Caffè San Marco, ma al suo collega giapponese sì. Quando non vi è possibilità di consultare l’autore – e questa è una situazione che ricorre spesso – non rimane che l’amore nei confronti del libro scritto e lo studio intorno alle sue problematiche. Emblematico per me è il caso di M. Bulgakov e del suo romanzo “La vita del signor de Molière”. Splendido lavoro di intuizione dell’autore su cos’era la vita di un intellettuale e del suo rapporto con il potere. Anche ogni buon traduttore, convinto di trattare un’opera d’arte, deve saper dire di no alla tirannia, che sia quella delle teorie traduttive o quella dell’editore. Ogni traduttore deve essere “demiurgo sull’opera altrui”, come ha detto Morana Čale nell’omonimo libro.

Quali consigli ti senti di dare a coloro che desiderano svolgere la professione di traduttore letterario?

“Negli ultimi 35 anni ho organizzato numerosi convegni sul tema della traduzione letteraria e sono stati tutti molto seguiti. Abbiamo avuto come ospiti autori tra i più tradotti, come Umberto Eco, Claudio Magris con accanto i loro traduttori europei. Sono intervenuti prestigiosi editori italiani con a capo Giulio Einaudi e celebri traduttori italiani, da Fernanda Pivano a Valerio Magrelli. Anche se proprio Giulio Einaudi rispose che la sua casa editrice aveva un parco “scelto e chiuso” ad uno studente che gli chiedeva come entrare a far parte del suo team, io non ho mai smesso di incoraggiare coloro che hanno passione per questo lavoro perché non c’è un lavoro più facile da quello che si ama! E noi docenti dobbiamo essere capaci di riconoscere in un allievo il talento per la traduzione. Tutto il resto è solo un piacere. Tanto per il docente, quanto per l’allievo.”

Testo e fotografie Luisa SORBONE

Leave a Reply


+ 9 = 11

KULTURISTRA – Webpage of the Department of Culture of the Region of Istria


Kulturistra.hr is a website project that was startedby the Region of Istria and Metamedij Association with the goal to develop the cultural information services in the Region of Istria.
The project wants to offer information about recent events, as well as give access to different data bases, which will contain information about all the people involved in the Istrian cultural scene, cultural events, international contests, and potential international partners. This project aims to improve the communication on the vertical and horizontal level, which means between cultural institutions of the Region of Istria, between institutions and artists, and between the cultural institutions, artists, and the public.

CONTACT US

captcha

Copyright © kulturistra.hr 2020 | Impressum