2. FLIT: A colloquio con l’autore Alberto Piazzi “SONO MATTIA, SCALA C”

Una storia “quasi vera”

“Ho vissuto per anni in un quartiere operaio, dove la vita in comunità e la solidarietà permettevano anche agli ultimi di vivere dignitosamente. Certe tematiche, poi, mi sono entrate dentro negli anni dell’adolescenza. Ancora oggi ricordo i commenti di mio padre alle notizie del giornale radio delle 20, in particolare quelle che riguardavano il mondo del lavoro. Si iniziava col commentare uno sciopero e si finiva col parlare di diritti umani, di pace, di uguaglianza, di libertà”

– Alberto Piazzi

Difficile definire il genere letterario del secondo romanzo di Alberto Piazzi, una storia coraggiosa, ricca di vicende e spunti tematici complessi: psicologia, formazione, morale sociale, giustizia. I luoghi in cui è ambientato sono quelli della zona a nord-est e sud-est di Milano, il periodo è quello dell’Italia degli anni di piombo.

La vita di Mattia Castagna, appena tredicenne, viene drammaticamente segnata dalla morte del padre. Mattia però è un ragazzo forte e tenace, reagisce al lutto, si dà da fare e trova un impiego per aiutare economicamente la famiglia. Ma una sera accade qualcosa che cambierà per sempre il corso della sua esistenza: pur non avendo commesso nulla di male, si trova ad essere vittima di un’ingiustizia e, da quel momento in poi, la strada per lui sarà tutta in salita… Che ruolo avranno nella vicenda valori come il senso morale, l’amicizia e la solidarietà umana?

“Sono Mattia, scala C” è stato definito il libro più bello tra i meno reclamizzati del 2019. Alberto Piazzi ha esordito nel 2018 con “Il dossier E”, questo è il suo secondo romanzo.

Alberto, come nasce la figura del protagonista? È una storia vera?

– Ho vissuto per 18 anni in un borgo di campagna e per altri 16 in una città industriale. Per anni ho pensato di scrivere un libro che potesse metterli a confronto e mostrare le conseguenze sociali della deindustrializzazione. Il protagonista del romanzo, Mattia, vive nei due luoghi, quello rurale e quello industriale, assiste ai processi che avvengono davanti e intorno a lui. Prima con gli occhi curiosi di un bambino, quando il padre gli fa scoprire l’umanità dei luoghi in cui vive, poi con tanta malinconia, quando raggiunge l’età adulta. È una storia vera? Non precisamente, direi che è un collage di storie realmente accadute, alcune in luoghi e tempi diversi da quelli narrati. Storie che mi sono state raccontate dagli orfani del collegio dei Martinitt di Milano e dai giovani ospiti della Villa dei Gerani, il riformatorio di Pizzighettone.

Il senso della giustizia. Mattia si ritrova coinvolto in una vicenda giudiziaria, accusato di qualcosa che non ha commesso. Pensi che i ragazzi di oggi credano nella giustizia? Hanno fiducia nelle istituzioni?

– La giustizia serve a sanzionare le persone e gli organismi che non osservano le regole. Regole indispensabili, perché se non ci fossero, vigerebbe la legge del più forte. Voglio dire che le regole sono essenziali e vanno rispettate – a livello nazionale e internazionale – perché servono a difendere i più deboli. Ciò detto, penso che alcune regole introdotte in periodi emergenziali dovrebbero essere abrogate, così come hanno fatto gli altri Paesi europei, perché è arrivato il momento di chiudere col passato. I ragazzi di oggi credono nella giustizia e nelle loro istituzioni? Per risponderti prendo a prestito un passaggio del mio primo libro, “Il Dossier E”, quando, a precisa domanda, un alto funzionario della Commissione Europea risponde: La situazione dell’Italia ci preoccupa molto, soprattutto perché c’è una crisi di fiducia che attraversa tutta la società. Abbiamo la sensazione che gli italiani si fidino molto poco delle loro istituzioni, dei loro partiti, delle loro imprese, dei loro sindacati. Di tutti, anche dei loro vicini di casa.

La solidarietà. La mancanza di solidarietà nei confronti di Mattia da parte dei colleghi sarà causa del suo arresto e della sua detenzione carceraria. Ma, in seguito, la solidarietà che riceve dagli amici diventerà la sua salvezza. Cosa gli sarebbe potuto accadere se fosse stato lasciato solo?

– Chi di noi, pur non facendo niente di male, non è mai stato vittima di un’ingiustizia? Tutti, penso. Alcune sono lievi, marginali, altre sono pesanti, difficili da sopportare. Certe volte riesci a uscirtene da solo. Altre volte no, hai bisogno di aiuto. Chi te lo può dare? La famiglia, prima di tutto, poi gli amici, o meglio la comunità, e poi ancora lo Stato, con misure e azioni definite di inclusione sociale. Non è detto però che famiglia, comunità e Stato ti siano sufficientemente vicini o che riescano a farti uscire da una situazione disperata. Anzi, può succedere che la famiglia non ce la faccia, che alcuni amici ti girino le spalle, che lo Stato sia assente o addirittura si metta di traverso. E allora nasce il dramma: rischi di entrare in una spirale che può portarti all’assunzione di scelte insane, estreme, senza vie d’uscita. Mattia aveva bisogno di aiuto ed è stato aiutato, poi, a sua volta, è stato lui che ha aiutato gli altri. Insomma, ha ricevuto e ha dato, com’è giusto che sia. Non oso immaginare cosa gli sarebbe potuto capitare se fosse stato lasciato solo.

Le difficoltà economiche. In una fase storica di recessione come quella che tutto il mondo sta attraversando, la distanza tra i ceti sociali, la forbice ricchezza – povertà, si fa sempre più sentire. Cosa possiamo fare per aiutare i nostri ragazzi a stare con i piedi per terra?

– La famiglia, la comunità, la scuola e i media hanno un ruolo fondamentale nella trasmissione di certi valori e principi di giustizia sociale. Ognuno dovrebbe fare la sua parte, cosa che purtroppo non è. Alcuni di questi non ce la fanno e altri non si assumono le proprie responsabilità, penso in particolare ai media, o meglio, a certe testate giornalistiche e reti televisive. Non capisco come si possa dare tanto spazio a notizie morbose e banali, a trasmissioni demenziali, a politici che dichiarano il nulla. Perché non capisco? Perché contribuiscono a far naufragare un mondo di cui fanno parte. Detto questo, va obiettivamente detto che il rapporto tra ricchezza e povertà ha raggiunto livelli insostenibili. Cosa si può fare? Ci vorrebbe una politica universale, un cemento che unisca le genti per la realizzazione di obiettivi economici e sociali comuni.

Una riflessione generale sul contesto sociale che fa da sfondo al romanzo?

– Prendo ancora a prestito una frase, la riflessione malinconica di Mattia quando torna a Sesto San Giovanni e osserva gli abitanti del Villaggio. Tanti anni prima – dice – le loro storie facevano parte di una storia collettiva. Ecco, gli anni 70 erano anni di entusiasmi e speranze, vissuti collettivamente. Si sognava un mondo giusto, libero, senza guerre. Sogni e sentimenti che hanno attraversato tutta la società, compresa la letteratura, la musica e il cinema, tre elementi sempre presenti in questo romanzo. Purtroppo, però, la storia ha imboccato un’altra direzione, mi è difficile dire in meglio.

A quale genere letterario appartiene “Sono Mattia, Scala C”?

– A mio avviso è un incrocio di generi: un po’ narrativo, un po’ psicologico, un po’ thriller. Qualcuno lo ha definito un romanzo di formazione, in quanto accompagna l’evoluzione del protagonista verso la maturazione e l’età adulta. Condivido questo giudizio, nel libro emergono emozioni, sentimenti, idee e azioni viste nel loro nascere dall’interno. Di certo non è storico, ma ci sono alcune riflessioni sulla storia della fine del secolo scorso, un periodo che ci sembra tanto lontano e diverso da quello attuale.

Testo di Luisa SORBONE

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