Intervista: Gabriele Moroni “Fausto Coppi. Non ho tradito nessuno”

Il Giro d’Italia celebra quest’anno il centenario della nascita di Fausto Coppi, icona e protagonista indimenticabile dello sport italiano di tutti i tempi. “Fausto Coppi. Non ho tradito nessuno. Autobiografia del campionissimo attraverso i suoi scritti”, è uno degli ultimi libri a lui dedicati, a cura di Gabriele Moroni.

Siamo alla centoduesima edizione di una delle avventure sportive più seguite in Italia e nel mondo. Il Giro d’Italia 2019, partito lo scorso 11 maggio da Bologna con arrivo previsto per il 2 giugno all’Arena di Verona, sta richiamando anche quest’anno milioni di spettatori e conta oltre 2500 giornalisti accreditati a seguire l’evento.

Indubbiamente il ciclismo non è più lo sport popolar-nazionale di una volta, quando arrivava addirittura ad essere più seguito del campionato di calcio. E di certo la vergogna del doping non ne ha nobilitato l’immagine. Ma, ciò nonostante, il ciclismo in tutti questi anni ha saputo conservare il fascino dell’evento “raro” e il valore di richiamo della grande festa popolare. Il passaggio del Giro continua ad essere vissuto in molte parti d’Italia con molto entusiasmo. Una disciplina per squadre che resta però uno sport prettamente individuale, portando con sé valori trasversali ai tempi e alle culture, come quelli della fatica e resistenza fisica, di cui solo i campioni sono dotati.

Il Giro d’Italia, possiamo dire, appartiene alla nostra storia e molto racconta della vita e della società italiana dell’ultimo secolo.

Quest’anno ricorre il centenario della nascita di Fausto Coppi, uno dei suoi leggendari protagonisti, e il Giro lo celebra con due tappe. A lui, fino ad oggi, sono stati dedicati più di 230 libri. Fresca di stampa è l’autobiografia postuma dell’Airone, curata da Gabriele Moroni per l’editore Neri-Pozza, che ha per titolo “Fausto Coppi. Non ho tradito nessuno”. Pagine in cui Coppi si racconta, dagli anni dell’adolescenza a quelli della maturità. Una vita costellata di vittorie esaltanti ma anche di sconfitte e di affetti sofferti.

“Credo che per l’Italia Fausto Coppi sia stato l’ultimo vero eroe popolare. Prima di lui c’è stato Garibaldi, dopo di lui nessuno. E’stato l’idolo della mia infanzia. Come un fantasma gentile mi ha camminato a fianco per tanti anni e oggi è venuto a esigere i suoi diritti.”

Gabriele Moroni, milanese, da storico inviato de “Il Giorno” ha seguito gli eventi più significativi della cronaca italiana degli ultimi 30 anni. Ha ricevuto nel 2003 e nel 2008 dal Gruppo Cronisti Lombardi il premio “Cronista dell’anno” e nel 2012 il Premio “Vita da cronista”. Ha al suo attivo una ventina di libri, due dei quali già dedicati a Coppi : “Fausto Coppi uomo solo” nel 1991 e Fausto Coppi. Solitudine di un campione” nel 2009. Collabora al Dizionario Biografico degli Italiani dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana.

Da cosa nasce “il mito” Fausto Coppi?

“La leggenda della grande saga che vede protagonista Coppi scaturisce da varie motivazioni. Innanzitutto dalla sua grandezza atletica: Coppi è stato un campione inarrivabile nelle sue imprese. Ma alla sua grandezza sportiva ha sempre fatto da contraltare la sua fragilità umana, quel suo essere timido e ritroso che ha avvicinato la sua figura alla gente comune. Pensiamo poi al momento storico del suo successo. In un’Italia che usciva lacerata materialmente e moralmente dalla guerra, nascevano due grandi personaggi come Coppi e Bartali. Ecco, proprio in quel dualismo e nella tifoseria per le due fazioni sportive io vedo un motivo di unificazione per gli italiani, anziché di divisione. Anche la morte di Coppi a soli quarant’anni, una morte assurda per una malaria non diagnosticata tempestivamente, ha rappresentato un ulteriore suggello alla leggenda.”

Perché questo titolo?

““Non ho tradito nessuno” era il titolo di una lettera aperta che alla fine della stagione 1954 Coppi scrisse ai suoi tifosi, pubblicandola sul settimanale Epoca. Per lui quello fu un annus horribilis: perse il Giro d’Italia, la maglia iridata di campione del mondo su strada vinta l’anno prima e ricevette i primi fischi da parte dei tifosi. E lui allora scrisse questa lettera per scusarsi. In quello stesso anno divenne pubblica la sua relazione con Giulia Occhini, “la dama bianca”, e sarà uno scandalo nazionale: Fausto e Giulia andranno a vivere insieme, diventando “pubblici peccatori”, verranno entrambi processati e condannati per abbandono del tetto coniugale, con un aggravio di pena per lei, in quanto ritenuta più colpevole dal codice morale dell’epoca.”

 

Dopo due libri dedicati al campione, questa volta lo scrittore Moroni si è messo da parte lasciando che fosse proprio Coppi a narrare i momenti più salienti della sua vita. Ci sono pagine che hai curato con particolare interesse?

“Da cronista quale sono, ho scelto di “sparire” dietro la testimonianza per far parlare il protagonista. Al di là del lavoro di raccolta di questo imponente materiale autobiografico, sono intervenuto solo per dare alcuni punti di sutura tra un capitolo e l’altro del racconto. Coppi ha lasciato veramente molti scritti autobiografici. Ho attinto ai ricordi più corposi, a volte collazionando gli scritti che raccontano lo stesso episodio anche a distanza di anni. Ho trovato molto toccanti le pagine che ha dedicato a Castellania, suo paese natale, quelle dedicate alla sua famiglia. In particolare quelle su Serse, il fratello minore, che morì dopo una caduta in corsa al Giro del Piemonte del 51. Coppi ne uscì distrutto perché trovava in lui non solo il gregario fedele, il confidente o il consigliere, ma il suo completamento. Quanto Fausto era timido e riservato, così Serse era estroverso e vivace. Ritornando a Coppi atleta sportivo, un altro interessante aspetto che emerge dai suoi scritti, è quello della modernità della sua visione di squadra. Fu infatti uno dei primi a capire l’importanza della preparazione atletica, delle alleanze in corsa, di una squadra fatta di grandi gregari.”

L’unico modo per iniziare a fare qualcosa è smettere di parlare e iniziare a fare. Fausto Coppi non amava parlare molto, per discrezione o per timidezza. Ma scriveva molto.

“Si, Coppi narratore è stata una scoperta per me che ho avuto il privilegio di curarne questa autobiografia e credo che lo sarà per tutti. Il suo stile nella scrittura è pari a quello sportivo per sintesi, efficacia e forza espressiva.”

Emblematico il racconto di un episodio che, come lui stesso definì anni dopo, fu un segno del destino. “Avevo lasciato anche quella mattina Castellania di buon’ora, pedalavo allegramente sulla strada di Novi quando mi avvenne di raggiungere un gruppo di corridori in allenamento. Dei veri corridori! (…) «Mario, cosa vorrà questo ragazzino che ci segue con tanto accanimento sulla bicicletta di suo nonno?»  Quella frase mi offese. Suscettibile, come siamo un po’ tutti noialtri piemontesi, sentii una vampata di sdegno salirmi fino alla fronte e pensai che quegli spacconi avrebbero meritato una lezione. Punto nell’orgoglio, decisi di tentare un colpo: raccolsi tutte le forze, scattai, superai il gruppetto e mi misi a tirare alla disperata. E loro, dietro, diritti sui pedali a inseguirmi.”

Testo Luisa SORBONE

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