Intervista: professoressa Rita Scotti Jurić

Bilinguismo o plurilinguismo?

• Una messa a fuoco sulla realtà linguistica istriana e le proposte della Facoltà di Studi interdisciplinari culturali e italiani di Pola per il prossimo anno accademico.

“L’italiano è una lingua molto interessante, non solo per gli istriani, ma per tutti i croati, se guardiamo all’influenza culturale e storica che da sempre l’Italia ha esercitato. Pensiamo alla nascita della letteratura croata: tutto è nato da un circolo di persone che avevano stretti legami con la costa italiana dell’Adriatico, il mare che da sempre ci unisce.”

Il tema del bilinguismo in Istria è spesso oggetto di dibattito. Non sono pochi gli appartenenti alle locali comunità italiane a lamentare la carenza di un’applicazione più soddisfacente di quanto sancito dallo statuto della Regione istriana. E parliamo soprattutto di toponomastica, di insegne stradali, di documenti ufficiali. Ma cosa accade se, ad esempio a Pola, chiediamo un’informazione a un passante e iniziamo a dialogare in italiano?

A dire il vero, l’impressione è quella di trovarsi, più che in una terra bilingue, in un contesto linguistico multiculturale, connotato da una ricca e affascinate varietà espressiva. È come se gli istriani fossero una sola grande famiglia, accomunata più dalla condivisione di tradizioni e territorio che dalla necessità di un idioma linguistico comune.

Le ragioni, sappiamo, sono numerose e complesse e rimandano principalmente alle vicende storiche che hanno governato la vita di questa terra e con essa quella delle persone che ci vivono.

Una situazione, quella del bilinguismo, che continua a destare interesse e che per questo merita un approfondimento di carattere sociolinguistico. Volgendo lo sguardo a quanto si potrebbe realisticamente fare per la salvaguardia della lingua di Dante, abbiamo voluto parlarne con Rita Scotti Jurić, professore ordinario presso la Facoltà di Studi interdisciplinari italiani e culturali dell’Università Juraj Dobrila di Pola, responsabile della Cattedra di Lingua e titolare del corso post-laurea in Traduzione nell’ambito del Bilinguismo croato-italiano.

Ha senso parlare oggi di bilinguismo in Istria o il bilinguismo esiste sulla carta ma non può essere considerato una realtà comunicativa quotidiana?

- Il nostro Statuto regionale dà ampio spazio al bilinguismo e gli italiani o italofoni che vivono in Istria hanno la possibilità di usare l’italiano non solo a casa o in comunità ma anche al di fuori, negli ambiti scolastici professionali, per strada e negli uffici. Pola è città bilingue e le istituzioni hanno il dovere di tutelare il più possibile questa caratteristica, a partire dalla toponomastica. Guardandoci intorno, bisogna dire che una situazione come quella che riguarda l’Istria può essere da modello per molte regioni. Se pensiamo al periodo storico in cui il concetto di bilinguismo è stato istituzionalizzato, dobbiamo ammettere che i dirigenti della Regione istriana e lo stato croato si sono dimostrati in questo senso veramente lungimiranti. Detto questo, bisogna scendere dal piedistallo e osservare come funziona questa situazione di bilinguismo nella quotidianità. La realtà è che il bilinguismo, e con questo intendo coesistenza di lingua italiana e lingua croata, oggi in Istria è fortemente “minacciato”. Quello che viene semplicisticamente codificato come un territorio bilingue è piuttosto un territorio multilingue che tende all’interculturalità.

Da chi o da cosa arriva questa minaccia?

- Da molti fattori. Alcuni sono comuni ad altri paesi europei, altri sono peculiari dell’Istria. Cominciamo dai primi. E’ innegabile che oggi l’inglese attragga gran parte dei nostri giovani per ragioni note a tutti. E dopo l’inglese c’è il tedesco: sono molti i croati che per motivi di lavoro si trasferiscono in Germania e per questo l’importanza di conoscere la lingua tedesca è sentita qui in maniera molto forte e pronunciata. L’italiano, in questa classifica, diventa così automaticamente la terza lingua. Inoltre, l’Italia è a noi vicina, geograficamente e per usi e costumi, in un certo senso familiare. Questo porta spesso la gente a considerare l’italiano una lingua facile da imparare, forse anche per via di espressioni simili al ciacavo. A volte si pensa che non esista il bisogno di applicarsi o di studiare molto per impararla, tanto la si può apprendere anche per strada, magari dialogando con i parlanti italofoni più anziani.

Veniamo adesso all’altra concausa.

- Un’ulteriore, per così dire, “minaccia” viene dal fenomeno della diglossia, perché in Istria i parlanti non sono solo bilingui ma anche diglossici. Non è per niente vero che qui la gente parla due idiomi e con questo intendo il croato e l’italiano: in Istria si parla anche ciacavo, e molto istroveneto. L’istroveneto è la lingua madre di tutti noi italofoni, ne siamo molto fieri ed è una nostra grande ricchezza linguistica. Per noi parlare istroveneto è una questione identitaria e ha molti significati: il nostro essere autoctoni, il rispetto per la storia e l’appartenenza a una cultura importante come quella veneziana. Tutto questo è innegabilmente motivo di vanto. Ma non possiamo nascondere che porti con sé anche l’altra faccia della medaglia: l’istroveneto, in quanto in rapporto diglossico con l’italiano, assorbe gran parte dell’italianità standard. Quello che realmente accade nella vita di ogni giorno è che l’italiano standard venga parlato pochissimo, che sia considerato una sorta di lingua “alta” e prestigiosa, adatta più per l’ufficialità che per la comunicazione informale o in famiglia. Esiste insomma un rapporto “verticale” tra le due lingue. Questa abitudine, che si è consolidata nel tempo, ha fatto sì che l’italiano standard si stia perdendo e che, anche chi si dichiara italiano, a volte provi disagio nel parlare italiano. Così, nel contesto di una situazione in cui l’inglese è la lingua straniera più importante e il croato è la lingua che tutti gli abitanti necessariamente parlano, l’italiano scivola ai margini dell’utilizzo perché viene assorbito dall’istroveneto. Uno straniero che viene a Pola e vuole sentire l’italiano non lo sente, perché noi che siamo italiani non lo parliamo. Ogni anno muoiono centinaia di lingue al mondo, temo che l’italiano standard in Istria subirà la stessa sorte, se non ci impegniamo a fermare questo processo.

Qualche suggerimento?

- Innanzitutto quello di non estromettere l’italiano standard dalla nostra comunicazione quotidiana, parlandolo anche a casa con i bambini o magari con un coniuge che è di madre lingua diversa. Chi è croato e ha imparato un po’ d’italiano a scuola, ha tutto l’interesse a continuare l’apprendimento dell’italiano standard, non certo per il dialetto. Siamo noi italiani i primi a dover dare l’esempio. Se ci chiudiamo nell’uso esclusivo dell’istroveneto precludiamo a molti l’accesso alla comunicazione in italiano con noi: chi non sa il nostro dialetto continua a parlare solo croato, conscio della nostra indole bilingue, oppure parla inglese.

Qual è la tendenza registrata negli ultimi anni presso la facoltà universitaria in cui lei insegna?

- In Università sono diminuiti gli studenti che decidono di utilizzare la lingua italiana per farne una professione futura. Sicuramente il discorso va collegato, oltre che al calo obiettivo delle nascite, al fatto che molti degli studenti interessati, una volta terminati gli studi alle scuole superiori delle scuole italiane vanno a studiare in Italia. Noi dobbiamo fare i conti con quelli che rimangono qui o con studenti di altre parti. L’italiano non si studia soltanto a Pola, ma anche a Zagabria, a Fiume e in Dalmazia, con la differenza che noi cerchiamo di dare agli studenti provenienti dalle altre regioni della Croazia tutto il supporto affinché possano seguire gli insegnamenti al pari degli studenti istriani, che magari si dichiarano italiani. Questo sostegno linguistico è importante perché tutti gli insegnamenti sono in lingua italiana, comprese le materie del pacchetto educativo, come pedagogia, psicologia o altro.

Quali sbocchi professionali hanno gli studenti che si laureano presso la vostra facoltà?

Avete nuovi progetti in Università per conferire maggior attrattività all’apprendimento dell’italiano?

- La nostra Università, in particolare il Corso di Lingua e Letteratura italiana della Facoltà di Studi interdisciplinari culturali e italiani, nei suoi 42 anni di esistenza e di lavoro ha sempre cercato di essere in sintonia con i nuovi bisogni culturali e sociali del territorio, molte volte adattando i programmi di studio. Una volta si studiavano molto i classici e la grammatica, cosa che ovviamente si continua a fare, ma oggi si lascia anche spazio ad esigenze più impellenti, quali la comunicazione orale, i commenti, le parafrasi e l’interpretazione critica dei testi. Oggi abbiamo materie come “Comunicazione mediatica” o “Pragmalinguistica” che interessano molto i giovani. A ottobre, poi, prenderà il via anche “la doppia laurea”: in base ad un accordo con l’Università di Perugia i nostri studenti potranno studiare per un semestre a Pola e per l’altro a Perugia, e lo stesso faranno gli studenti perugini. Si tratta di un’iniziativa che voglio definire “molto europea” e che ci auguriamo possa essere stimolante da un punto di vista non solo linguistico ma anche culturale.

Testo Luisa SORBONE

Fotografie L. SORBONE/archivio di Rita Scotti Jurić

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