Claudio Magris alla 25. Fiera del libro in Istria

“Da Trieste a Torino i miei luoghi del cuore”

• Nascere o vivere in una terra di confine, lì più che altrove, può a volte generare un senso di rigida totalità identitaria con i luoghi e le espressioni culturali del proprio vissuto. Altre volte può accadere l’opposto: la convenzione geografica diventa un’opportunità per capire ciò che sta oltre e per allargare gli orizzonti, esplorando altre città e altri luoghi. Anche la città che arriviamo a sentire come una nostra città può avere un nome diverso da quella in cui siamo nati.

Al tema della città è dedicata quest’anno la Fiera del libro, in corso a Pola dal 5 al 15 dicembre. Tra gli ospiti di eccezione della venticinquesima edizione, uno dei letterati più colti e più amati del panorama culturale italiano: Claudio Magris.

Magris ha ripercorso con noi alcune tappe del suo vivere in città diverse, regalandoci, con grande sensibilità e ironia, il racconto di aneddoti, atmosfere e momenti importanti della storia personale e collettiva.

Ha abitato in città molto diverse tra loro, in Italia e all’estero. Quali, oltre a Trieste, sono state le più importanti?

- Dopo essermi laureato a Torino in Letteratura Tedesca, ho vissuto per due anni in Germania, a Freiburg, nella Selva Nera, con una borsa di studio. Alloggiavo in una piccola locanda, che aveva un’unica camera, quella che occupavo io. La sera giocavo a carte con gli avventori, soprattutto gente del posto, artigiani e commercianti della via. Parlando con loro entravo nella quotidianità, nel costume, mi raccontavano dei successi e degli insuccessi dei figli. Lo ricordo come un periodo importante della mia vita. Vi sono ritornato spesso. Ho poi vissuto a Monaco e molto a Torino.

A Torino prima come studente e poi professore universitario per una decina d’anni. Quali ricordi ha di quel periodo?

- Mi trasferii a Torino nel ‘57. A Trieste vivevo comunque bene: ad un ragazzo di 15 o 18 anni, che ancora non ha bisogno di confrontarsi con il mondo del lavoro, basta avere buoni libri e buoni amici per sentirsi un re. Ma nella seconda metà degli anni ‘50 l’atmosfera a Trieste era piuttosto difficile, molta gente se ne andava e gli intellettuali non riuscivano a trovarvi opportunità stimolanti di lavoro. Torino rappresentava in un certo senso l’antitesi a Trieste e anche per questo fu per me interessantissima. Torino stava crescendo a dismisura dal punto di vista demografico, durante gli anni in cui frequentavo l’università arrivò quasi a raddoppiare la popolazione e si trovò a inglobare più di 500.000 nuovi residenti. Si trattava in gran parte di persone che venivano dal Sud Italia per lavorare alla Fiat e che inevitabilmente ponevano alla città molte delle problematiche che anche oggi conosciamo: immigrazione, accoglienza, rifiuto, violenza. Ricordo che al caffè “Porto di Genova”, in cui avevo scelto di trascorrere le ore di studio, ad appena tre giorni dal mio trasferimento a Torino ci fu un delitto, un’esecuzione mafiosa. In quella città succedeva tutto: era la metropoli d’Italia, la città dell’industria automobilistica, della concentrazione operaia, la città capitale della Resistenza, quella dove era nato il comunismo.

Quali sono stati a Torino i suoi luoghi preferiti?

- Di Torino ho amato soprattutto la collina, dalle parti di Revigliasco, Pecetto. Ho amato i caffè, luoghi in cui mi fermo a scrivere quando posso: il Caffè Fiorio, ad esempio, dove fino a pochi anni fa ancora ricevevo posta; o ancora il Caffè Norma dove, insieme ad amici come Bàrberi Squarotti e Guglielminetti, nel ‘64 fondai la rivista letteraria “Sigma”. Un aneddoto? Ho abitato per un po’ di tempo in un piccolo simpaticissimo albergo, dove c’è ancora la mia stanza e dove anche oggi mi fermo a dormire quando sono a Torino per convegni. Lì vivevano anche tre anziane signore in pensione, che erano solite intrattenersi a chiacchierare con me la sera quando rientravo. Una di loro, che scriveva, scriveva sempre, al mio ritorno da un viaggio negli Stati Uniti, mi chiese: “E’ riuscito a far leggere al presidente Reagan i miei testi?”

Possiamo dire che il vivere Torino rappresentò un’occasione per spingerla ad approfondire aspetti ancora inesplorati della sua Trieste?

- Sono stato un lettore piuttosto precoce. A 14 anni leggevo Dostoevsky e Baudelaire, ma a 18, quando lasciai Trieste, non avevo letto neppure una riga degli autori triestini, per quella, forse, sbagliata, anche se saggia, diffidenza che i giovani provano nei confronti del paese natio. Il ritrovarmi a Torino, complice un po’ di nostalgia, mi ha fatto scoprire la grandezza assoluta di Svevo, di Saba e il valore di tanti altri. A Torino mi sono sentito libero. Non ho mai avuto rapporti edipici o contrastanti con la mia città natale, a differenza di quasi tutti gli autori triestini. Anche oggi continuo ad avere un rapporto molto libero con Trieste. Se mi chiede quale città sceglierei tra Torino e Trieste, non saprei rispondere.

Quali luoghi incarnano il suo attaccamento a Trieste?

- Innanzi tutto il mare, il senso della prossimità del mare. Quando sono a Trieste, da aprile a ottobre, e ho mezz’ora di tempo vado al mare. Il mare è infinito, apertura, eros. Impensabile per me l’eros senza il mare. E poi il Carso, aspro, che rappresenta l’altro versante, più sloveno che italiano. Sono due le anime triestine: quella marinaresca, “vela al vento-torso nudo-piedi scalzi”, e quella rivolta verso l’entroterra, alla Mitteleuropa, “incappottata in un loden” per proteggersi dai disagi. Non a caso in questa città sono nati due diversi tipi di professione: da una parte i marinai e i grandi comandanti, dall’altra i commercianti e gli assicuratori. Un altro luogo a cui sono molto legato è il giardino pubblico, che era molto vicino a casa mia. Da bambino, a partire dalla terza elementare, ci andavo spesso a giocare nel pomeriggio. Lo vedevo grandissimo, rappresentava per me “l’inizio della foresta”. Avevo 6 anni quando, Il 1° maggio del ’45, Tito entrò a Trieste con il suo glorioso esercito e tre giorni dopo arrivarono i neozelandesi. Li ricordo mentre attraversavano con le jeep il giardino pubblico, tirandoci le arance, che non si erano viste per anni. Provai un senso di liberazione dalla paura.

Storie vissute o immaginate che, pur essendo importanti, non sono diventate un libro?

- Un libro si costruisce la propria strada mentre nasce. Io prendo molti appunti, quasi sempre mi metto a scrivere senza avere ben chiara l’idea di quel che ne sarà, devo percepirne a poco a poco la suggestione, la musica. E’ stato così per tutti i miei libri, tranne il primo, “Illazioni su una sciabola”, dove il tema era definito fin dall’inizio, perché volevo raccontare la storia di Krasnov e della sua falsa morte. Quando ho iniziato a scrivere “Danubio” non sapevo se ne sarebbe uscito un reportage giornalistico, se il personaggio narrante sarei stato io o un personaggio inventato. Tante cose muoiono per strada, altre prendono forma.

Sa(n)jam knjige u Istri, la “Fiera del Libro in Istria”, è una delle più importanti manifestazioni dell’area ex jugoslava che promuove lo scambio e la conoscenza di espressioni culturali diverse. Fornisce anche uno spunto interessante per riflessioni socio-ideologiche in un momento storico come quello che stiamo attraversando.

- Viviamo in un momento molto difficile. Alla caduta dei muri ideologici sono subentrati i muri etnici e nazionalistici, cosa che non avevamo previsto perché purtroppo tutti, indipendentemente dalle posizioni politiche, siamo psicologicamente ciechi conservatori e facciamo molta fatica a pensare che il mondo, così come siamo abituati a viverlo, possa cambiare. Mi vengono in mente le parole di Roberto Toscano, fine studioso ed ex ambasciatore: L’identità non può essere filmata, ma solo fotografata, perché in perenne movimento. E può essere concepita solo al plurale, perché non ne abbiamo mai solo una, abbiamo quella politica, quella religiosa, sessuale, culturale. Io che ho girato la Mitteleuropa per trent’anni durante la Guerra fredda, non avrei mai pensato di assistere a tutto questo. Circa un mese fa la televisione italiana ha trasmesso le immagini di una dimostrazione nazista nella piazza centrale di Varsavia. Cosa dobbiamo aspettarci? Forse i neri che inneggiano al Ku Klux Klan?

Ha in cantiere nuovi progetti a cui vorrebbe dedicarsi?

- Attualmente non sto pensando ad un libro in particolare, anche se i progetti possono a volte nascere improvvisamente. Mi piacerebbe dedicarmi un po’ di più ad amori culturali trascurati in passato, come la musica e la pittura. Per usare una metafora tipica del viaggiare, mi sento più come una bottiglia aperta sotto l’acqua, pronta ad accogliere e ad essere riempita da ciò che di bello la vita mi riserverà.

Testo e fotografie Luisa SORBONE

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