Curiosando nella vita di Giacomo Scotti

Intellettuale di frontiera, critico letterario, pubblicista, traduttore ed interprete, poeta. Giacomo Scotti è un personaggio di spicco della letteratura italiana in Croazia, soprattutto per quella sua volontà di contribuire a comprendere e superare le divisioni etniche e culturali, con occhio sempre attento alla salvaguardia della cultura e identità italiane. Giacomo Scotti indagatore di verità storiche talvolta scomode o controverse. Giacomo Scotti curioso viaggiatore, costantemente alla ricerca di spunti vitali capaci di colmare il vuoto esistenziale della nostalgia e dell’assenza.

Questa volta è stato un gruppo di letterati a curiosare nella sua vita. Ne è nata un’interessante monografia a lui dedicata e pubblicata dall’Università degli Studi Juraj Dobrila in occasione del suo novantesimo compleanno. “Curiosando nella vita”, questo il titolo, a cura di Rita Scotti Jurić, Nada Poropat Jeletić e Isabella Matticchio, raccoglie gli interventi di 11 esponenti della cultura italiana, croata e macedone, che hanno voluto in questo modo rendere omaggio allo scrittore, all’intellettuale e soprattutto all’uomo.

Giacomo, gli autori del primo intervento, Maria Teresa Iervolino e Gianmarco Pisa, la definiscono un cantore, un po’ come Omero, riferendosi a quel suo “essere ponte” tra due mari e culture e al suo talento nel raccontare storie di genti lontane. Lei si ritrova in questa definizione? Cantore o protagonista della storia?

- Sono troppo piccolo in ogni senso per essere accostato ad Omero, ma è stato ben detto per quanto riguarda l’impegno da me profuso nella costruzione di ponti di collaborazione e scambi di cultura, di amicizia e di conoscenza fra le due sponde dell’Adriatico. Anche fuori della letteratura. Per esempio nella creazione di associazioni umanitarie e pacifiste nel corso e dopo l’ultima guerra intestina nell’ex Jugoslavia. Sono stato inoltre, sia pur nel mio piccolo, protagonista di una storia tormentata che ho documentato, per esempio, con tre volumi su Goli Otok, il lager in mezzo al mare, e nel romanzo autobiografico “Per caso e per passione”.

Molti nuclei tematici delle sue opere sono legati alla sua terra natale nel meridione d’Italia. In “Lacrime e perle”, edito nel 2019 dalla Comunità degli Italiani di Fiume, lei esprime le emozioni che scaturiscono dal ripercorrere il passato, gioie e dolori che hanno contrassegnato una non facile scelta di vita. Cosa le è mancato di più in tutti questi anni di quel mondo che ha lasciato nel ‘47?

- In tutte le mie opere, dalla narrativa alla poesia, dalla favolistica alla saggistica storica (ho alle spalle oltre 200 volumi editi in Italia e nell’ex Jugoslavia e continuo a sfornarne per sentirmi vivo) si rispecchia la mia “crocifissione” tra l’amatissima patria napoletana-italiana, l’altrettanto amata Croazia, e più concretamente, la Piccola Italia rimasta nelle terre e sul mare dell’Istria e del Quarnero. Me le porto nella memoria e nel sangue, nelle lingue, nei dialetti e nella famiglia arcobaleno che ha costruito seminando cinque figli, nove nipoti e due pronipoti. Nel mondo che lasciai nell’estate del 1947 sono spesso tornato, ho girato per l’Italia, dalla Sicilia a Trento, ma non ho potuto rimettervi radici. Mi è mancata la quotidiana vicinanza. Da lontano, però, spesso si ama ancora di più e quel mondo “lasciato” cresce con l’amore e la nostalgia.

L’hanno definita “amico” del popolo macedone da oltre 50 anni: 5 le antologie di poesia e narrativa macedone da lei curate e 9 i volumi tradotti in italiano. Tocinovski di lei ha detto: “di nazionalità è italiano in quanto a patria d’adozione è croato; in virtù di un grande, diremmo irripetibile, amore è macedone” Quali sono le ragioni del suo interesse per la cultura macedone e quali le caratteristiche di unicità dell’espressione letteraria di quel popolo?

- Fra tutte le terre dell’ex Jugoslavia, quella che ho frequentato e amato di più è la Macedonia, la più lontana e la più meridionale. L’ho fatta conoscere ed esaltata con molte opere, che vanno dalla poesia alla narrativa, alle favole e leggende, fino ai canti popolari epici e lirici di quella nazione. Nella lingua macedone, grazie alle mie scelte e traduzioni, sono stati pubblicati diversi scrittori italiani, da Pirandello a Pavese. Ho amato ed amo la Macedonia perché quel paese, quel popolo, ha sofferto più degli altri nella storia dei Balcani, e solo dopo molti secoli ha potuto vantare d’essere una nazione, di avere una lingua e una propria letteratura. Conobbi i Macedoni e la Macedonia la prima volta in seguito al disastroso terremoto del 1963 che distrusse Skopje. Vi andai con una brigata giovanile di volontari per la rimozione delle macerie, sotto le quali, tra gli altri, perse la vita una giovanissima poetessa. Da allora i Macedoni mi sono rimasti nel cuore. Non va dimenticato, tuttavia, che ho avuto amici carissimi anche fra poeti e scrittori della Slovenia, del Montenegro, della Bosnia-Erzegovina e della Serbia. Ed ho pubblicato libri anche sulla loro creazione letteraria e le loro vicende storiche. Ancora oggi mi sento fratello di quelle genti.

Nel saggio a firma Scotti Jurić, Poropat Jeletić e Isabella Maticchio l’analisi testuale di due romanzi scritti a distanza di 50 anni mostra che il linguaggio da lei utilizzato nella maturità è cambiato, assumendo sfumature più intimistiche. Si tratta di una scelta di affinamento linguistico e stilistico o corrisponde ad un nuovo personale bisogno esistenziale ed espressivo?

- Con gli anni l’uomo matura, diventa più saggio; e maturano pure gli stili della scrittura. Con l’età e l’avanzare della vita matura anche il modo di scrivere, i miei versi e racconti hanno assunto via via toni più pacati, scavano più a fondo. Parole e pensieri, come dissi a Pola alla presentazione del libro a me dedicato “Curiosando nella vita”, sgorgano dalla mente e dal cuore. Il cuore li detta, il pensiero li elabora, li trasforma in poesia. In altre parole: non basta l’ispirazione, ci vuole lo studio, l’esperienza. E questa è la “fatica” dello scrittore, del poeta. Scrivere, in letteratura, però, non significa inventare parole ed espressioni “difficili”, ma dare alla parola il potere di essere accessibile, comprensibile, evitando le banalità.

Lei ha svolto un intenso e prezioso lavoro nel far conoscere la letteratura istro-quarnerina ed ex jugoslava agli italiani d’oltreconfine ed è stato promotore e traduttore nelle lingue slave della poesia italiana del ‘900. Oggi molti paesi dell’Est sono entrati a far parte dell’Unione Europea e diventa ancora più importante diffondere la conoscenza delle differenti espressioni sociali e culturali, di cui certamente la letteratura è parte. Come vede lei il ruolo degli editori nel supportare questa cultura dello scambio? Qualcosa sta cambiando?

- Domanda salata la sua, risposta amara la mia. Purtroppo la carta stampata va perdendo terreno e il numero degli editori dappertutto e rapidamente si assottiglia. La mia attenzione si rivolge ora più che mai prima al microcosmo della Piccola Italia, della minoranza italiana rimasta. E annoto: il numero dei poeti e scrittori connazionali si assottiglia. Da tre anni non si pubblica l’Antologia delle opere premiate al Concorso d’arte e cultura “Istria Nobilissima”, le sovvenzioni dalla Madrepatria all’Unione Italiana in Croazia e Slovenia diminuiscono. Più che all’Europa penso alla Piccola Italia. Vogliamo farla sparire? Ci hanno lasciati le Barlessi, le Dallemulle, i Cocchietto e tanti altri scrittori, poeti, pittori, musicisti eccetera. Chi li ha sostituiti? Pochissimi giovani… Qui, più che quello degli editori, entra in giuoco il ruolo di chi deve avere a cuore il futuro degli Italiani rimasti in Istria e nella regione quarnerina, il futuro della creazione letteraria, artistica e in genere culturale della Piccola Italia.

Testo e fotografie di Luisa SORBONE

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