Dall’Italia un premio alla traduttrice letteraria Ana Badurina

Il mio lavoro mi porta a mediare giornalmente tra due culture

• Per la sua traduzione in croato di “Eva dorme”, romanzo d’esordio di Francesca Melandri, le è stato assegnato uno dei premi dedicati alla diffusione della cultura italiana all’estero.

“Tradurre è una creazione impossibile e necessaria” ha più volte ricordato Claudio Magris, citando il pensiero dei due germanisti triestini Guido Cosciani e Guido Devescovi.

“Per capire un testo, e a maggior ragione per tradurlo – diceva Umberto Eco – bisogna fare un’ipotesi sul mondo possibile che esso rappresenta”.

Non si scriverà mai abbastanza del valore della traduzione e dell’importanza di avere bravi professionisti in traduzione letteraria. Tradurre è far conoscere la diversità, cosa di non poco conto soprattutto di questi tempi. Definirla sfida linguistica è tristemente riduttivo, considerato che un traduttore non potrà mai riuscire nel compito senza una buona dose di cultura, di intuizione e, non ultimo, di senso di responsabilità nei confronti dell’opera originale.

Quando accade che un lavoro come questo venga ufficialmente apprezzato, e che il riconoscimento vada ad una professionista come Ana Badurina – origini lussiniane, laurea in italiano e storia a Zagabria e, soprattutto, grande amore per la cultura e la lingua italiana – è forse il momento giusto per tornare sull’argomento.

Ana Badurina, attualmente presidente dell’Associazione dei traduttori letterari croati, ha fatto conoscere in Croazia scrittori come Francesca Melandri, Elena Ferrante, Paolo Cognetti, Antonio Scurati, Paolo Cognetti, Antonio Pennacchi, Susanna Tamaro, Sveva Casati Modignani, Flavio Soriga. Alcuni giorni fa, per “Eva spava”(Fraktura, 2017), trasposizione in croato di “Eva dorme” di Francesca Melandri, ha ricevuto uno dei premi di traduzione dedicati alla diffusione della lingua italiana all’estero.

Partiamo da una notizia recente. Ti è stato assegnato un importante riconoscimento, il “Premio alla traduzione del Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo per la diffusione della lingua italiana all’estero”. Quale è stata la tua reazione e quale significato ha per te?

- La notizia mi ha raggiunto mentre ero con la famiglia in montagna, era un giorno festivo in Croazia ed eravamo scappati dalla città per goderci la giornata. Quando ho letto la comunicazione della Direzione generale biblioteche e istituti culturali non ci potevo credere, anzi potevo… perché un po’ ci speravo, ma la notizia mi è sembrata comunque incredibile. È un grande riconoscimento per il lavoro che faccio da una quindicina d’anni: traduco, propongo, presento autori contemporanei italiani qui in Croazia, lo faccio con molta passione e molta dedizione ed è bello vedere che questo lavoro è stato riconosciuto.

Un passo indietro. Come hai iniziato la tua attività?

- Ho cominciato rispondendo a un annuncio di lavoro pubblicato su internet: una piccola casa editrice, Ibis grafika, cercava traduttori per un libro di storia, “Vita di casa” di Raffaella Sarti, e dato che, oltre a lingua e cultura italiana, avevo studiato anche storia, li ho contattati. Mi hanno chiesto di fare una prova di traduzione, sono rimasti molto soddisfatti per il testo che ho fornito e mi hanno proposto un contratto. E così ho cominciato. Poi ho tradotto per loro un altro libro. Mi sono fatta coraggio grazie alle critiche molto positive sul lavoro che svolgevo e, dopo aver frequentato dei corsi di traduzione letteraria, ho cominciato a proporre autori italiani anche ad altre case editrici. Nel 2012 sono diventata membro dell’Associazione dei traduttori letterari croati, di cui ora sono presidente.

Il primo autore italiano che hai tradotto? Una richiesta della casa editrice o una tua proposta?

- Il primo libro di narrativa che ho tradotto è un testo che ho proposto io, un romanzo di cui mi sono innamorata durante un soggiorno di studio a Firenze. Era “Sardinia blues” di Flavio Soriga, un libro che è come un fiume in piena di parole, molto schietto e con un ritmo frenetico, incalzante. Racconta la Sardegna a cavallo tra i nostri due secoli, ma anche l’autore e la sua malattia, la talassemia. Un libro su cui è stato molto divertente lavorare perché Soriga, che nel frattempo avevo conosciuto, mi ha proposto di sostituire le numerose canzoni italiane che vengono citate in “Sardinia blues” con canzoni per lo più americane e inglesi per rendere più familiare l’atmosfera ai lettori croati. È stato molto divertente, è stato come creare una nuova colonna sonora del libro.

L’autore che ti ha impegnato di più?

- Il libro più complesso per ogni traduttore è sempre quello che sta traducendo nel momento in cui glielo chiedono. Ora sto lavorando su “M, il figlio del secolo” di Antonio Scurati, ma è forse proprio Scurati, con il suo stile ermetico, con il suo tono filosofico, con la marcatezza lessicale della sua espressione narrativa, l’autore più complesso da tradurre. Richiede molte ricerche da parte mia, non solo stilistiche, e anche una preparazione enciclopedica. Il suo “Il bambino che sognava la fine del mondo” è stato forse il primo libro molto complesso che ho tradotto.

Sia con “Eva Dorme” di Francesca Melandri, sia con “L’amica geniale” di Elena Ferrante hai dovuto fare i conti con la trasposizione in croato del dialetto e delle parlate locali. Spesso il dialetto di un’altra regione non è facile neppure per chi in Italia ci vive…

- Quasi ogni libro che ho tradotto conteneva parti in dialetto e parlate locali. Ho tradotto anche due autori sardi, Flavi Soriga e Milena Agus, e, quando la parlata non veniva spiegata nel testo, ho dovuto chiedere aiuto a miei conoscenti sardi. Con le altre espressioni spesso ce la faccio da sola con un buon dizionario dialettale. Inoltre mi aiuta molto il fatto di aver parlato da piccola in dialetto veneto con mia nonna. In ogni caso, oggi, con l’aiuto di tutte le risorse che ci offre la rete, è diventato tutto più semplice. La cosa più difficile nella traduzione letteraria è cogliere il tono del testo, la voce dell’autore, il suo stile e trasportarli nella tua lingua, tutte quelle cose invisibili grazie alle quali un testo letterario si distingue da tutti gli altri tipi di testi e da tutti gli altri tipi di traduzione. È questo il motivo per cui la traduzione letteraria è una vera e propria arte.

Hai avuto modo di conoscere personalmente alcuni degli autori che hai tradotto?

- Degli autori che traduco ho conosciuto personalmente Flavio Soriga, Antonio Scurati, Francesca Melandri, Melania Mazzucco, Antonio Pennacchi e Paolo Cognetti. Abbiamo partecipato insieme a diversi programmi, ho anche intervistato alcuni di loro e li ho presentati al pubblico croato, durante diversi festival letterari, sui giornali o in televisione. Tutti hanno apprezzato molto il mio impegno e lavoro da traduttrice, hanno risposto pazientemente a tutte le mie domande. Ognuno di loro ha caratteristiche diverse, sono persone con cui è sempre un piacere conversare.

Un’ultima domanda. Il lavoro di traduttore letterario non è tra i più remunerativi ma certamente è tra i più impegnativi. Tu ami così tanto la lingua italiana?

- Sì, amo davvero tanto sia la lingua che la letteratura e la cultura italiana. I nostri paesi sono molto simili: per molti secoli, almeno parzialmente, abbiamo fatto parte degli stessi imperi e stati, è normale quindi che le nostre culture e le nostre tradizioni si intreccino fortemente. Siamo due nazioni passionali, dirette, e questo si rispecchia nelle rispettive letterature. Il mio lavoro mi porta a mediare giornalmente tra le due culture per riuscire a trasmettere i concetti con la stessa intensità. Quando ci riesco e quando i lettori lo riconoscono, ne traggo moltissima soddisfazione.

Testo di Luisa SORBONE

Fotografia di Miljenko ZEKIĆ

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