“La città celeste” – La Trieste di Diego Marani

(…)Trieste ha una scontrosa

grazia. Se piace,

è come un ragazzaccio aspro e vorace,

con gli occhi azzurri e mani troppo grandi

per regalare un fiore(…).

Umberto Saba, Il Canzoniere

 

Scritto in prima persona, “La città celeste” è l’ultimo romanzo di Diego Marani edito da La nave di Teseo. È il diario autobiografico di un “apprendistato esistenziale” che ha come protagonista lo scrittore ventenne, giunto da Ferrara a Trieste per gli studi universitari. Ne “La città celeste” riviviamo i tanti volti della Trieste anni ottanta. Il suo mosaico di identità linguistiche e culturali, l’ombra dei ricordi dolorosi ancora incombenti, la sperimentazione del nuovo modello Basaglia.

Trieste, luogo in cui tutto può succedere e per questo terreno ideale per le nuove esperienze di un ragazzo spalancato alla vita. Così la storia della città celeste si fonde con il racconto avvincente di amicizie nate per caso e destinate a divenire indelebili, di amori iniziatici a cui affidare il bisogno di appartenenza.

Diego Marani lavora presso il Servizio europeo di azione esterna della UE, dove si occupa di diplomazia culturale. Inventore della lingua-gioco Europanto, di cui ha tenuto rubriche su diversi giornali europei, ha pubblicato “Nuova grammatica finlandese”, (2000, Premio Grinzane Cavour, tradotto in quindici lingue), “L’ultimo dei vostiachi” (2002, Premio Campiello – Premio Stresa), “A Trieste con Svevo” (2003), “L’interprete” (2004), “Il compagno di scuola” (2005, Premio Cavallini), “Come ho imparato le lingue” (2005), “Enciclopedia tresigallese” (2006), “La bicicletta incantata”, pubblicato in cofanetto con il film di Elisabetta Sgarbi “Tresigallo. Dove il marmo è zucchero” (2007), “L’amico delle donne” (2008), “Il cane di Dio” (2012), “Lavorare manca” (2014), “Vita di Nullo” (2017).

Il 16 giugno 2020 è stato nominato presidente del Centro per il libro e la lettura (CEPELL). Dall’aprile 2021 è direttore “di chiara fama” dell’Istituto italiano di cultura di Parigi.

La Trieste degli anni ‘80 che lei scelse per frequentarvi l’università era realmente una città di frontiera, ancora sofferente per le ferite recenti. Perché proprio Trieste?

– Scelsi di andare a studiare a Trieste perché mi attirava la Scuola superiore di lingue moderne per interpreti e traduttori, l’unica all’epoca che desse un titolo di laurea per una professione ancora nuova e che pochi conoscevano. Per me che venivo da Ferrara era un cambiamento profondo, una città che non era proprio nelle prospettive degli studenti universitari ferraresi che il più delle volte andavano a studiare a Bologna. Trieste allora era una città ancora ferita dalla tragedia della guerra, ripiegata su sè stessa e piena di risentimento. In più, la recente firma del trattato di Osimo, con la perdita definitiva della zona B, aveva esacerbato questo sentimento di essere stata tradita e abbandonata da Roma.

Un’italianità certamente diversa da quella di Ferrara. Come la percepì allora e come è cambiata negli anni?

– A Ferrara l’italianità era un sentimento ovvio e non conflittuale. Ci sentivamo italiani ma non nazionalisti. Rifuggivamo l’esaltazione della nazione e della patria che associavamo ai disastri delle guerre. Sentivamo un certo orgoglio per la nostra appartenenza nazionale, ma mitigato dalle fragilità e dalle contraddizioni del paese, che del resto sono ancora tutte qui. A Trieste l’italianità era esasperata. C’era chi la contestava e si riconosceva invece in una triestinità per me allora incomprensibile e chi la esaltava con atteggiamenti nazionalisti, revanscisti, anti-iugoslavi e violenti che mi facevano paura. Il sentimento preponderante era comunque la disillusione, la consapevolezza di essere italiani sì, ma di un’italianità diversa, incomprensibile al resto del paese e legata alla storia della città, con il suo cosmopolitismo e la sua lunga appartenenza all’impero asburgico. Oggi Trieste è cambiata e questi sentimenti estremi non esistono più. Ma resta la consapevolezza di essere diversi, accompagnata da un certo orgoglio, in fondo una sicurezza di sé, una serenità che sicuramente viene anche dalla scomparsa delle frontiere e delle tensioni politiche.

Oggi che la frontiera geografica non esiste più, ci sono altre frontiere da abbattere per fare di Trieste una vera città europea?

– Le frontiere di oggi, a Trieste come altrove in Europa, sono mentali e non più politiche. La mancata frequentazione dell’altro ci rende reciprocamente estranei. Per conoscersi bisogna frequentarsi, fare cose insieme, condividere, avere interessi comuni. E qui è la lingua la soluzione. Condividere le lingue è il modo più diretto ed efficace per creare intesa e comune percezione. Il passo da fare è questo: un bilinguismo vero, che esisterà solo quando sarà la gente a volerlo e a perseguirlo da sé. Sta accadendo fra la Mosella francese e la Saar tedesca, sta accadendo altrove in Europa. Imparare la lingua dell’altro non è difficile quando c’è attrattiva, motivazione, interesse. La situazione ideale è quando ognuno parla la propria lingua e capisce quella dell’altro. Un obiettivo tutto sommato facile da raggiungere che farebbe di Trieste e del territorio a cavallo della frontiera un insieme coeso e omogeneo, una patria comune di italiani e sloveni. Ma credo che ci stiamo arrivando.

Tra gli incontri di cui parla nel libro vi è anche quello con comunità o persone di origine istriana?

– Conobbi due profughi istriani presso cui presi in affitto una camera il primo anno di università. All’epoca non sapevo neanche che esistessero profughi istriani e non sapevo nulla della loro tragedia. Nessuno ne parlava, non si insegnava sui libri di scuola. Anche questa una delle colpe dell’Italia nei confronti di queste terre.

Jan Morris in “Trieste. O del nessun luogo” scrive: “A volte l’immagine di Trieste si fa strada nella mia coscienza in modo così nitido che, ovunque mi trovi, mi sento trasportata lì.” Esistono altre città in Italia in cui è possibile provare sensazioni simili a quelle che offre Trieste?

– Non ho vissuto a lungo in nessun’altra città italiana ma di quelle che conosco ho sentito il carattere, sempre molto forte, come è tipico di un paese in cui tante città sono state un tempo capitali di Stati. Trieste è un caso a parte. Il suo carattere più forte è la mescolanza. Anche se è una città italofona, anche se le minoranze parlano perfettamente italiano, si sente che c’è dell’altro, che fiumi sotterranei nutrono la sua identità. Fiumi che vengono da lontano nella storia. La diversità delle genti che ha vissuto a Trieste vi ha lasciato il segno, il modo di vedere le cose, la concezione del mondo e della vita. Si può dire che sotto la pelle italiana Trieste cela un cosmopolitismo mai scomparso. È in fondo questo che mi sono portato con me quando me ne sono andato: lo spirito del cosmopolita a cui non basta una sola patria e una sola lingua. Queste parole di Jan Morris esprimono proprio questo.

Forse il suo percorso umano e professionale non sarebbe stato lo stesso senza Trieste. Trovarsi a vent’anni in un luogo che ha un’identità così particolare e per certi aspetti difficile, in un certo senso segna una strada, quella dell’apertura e del mettersi alla prova

– Si può dire che Trieste ha fondato la mia identità. O forse lì ho trovato l’ambiente culturale a cui mi sento affine, quello dell’incontro, del confronto, della mescolanza. Incontrare gente diversa da noi ci arricchisce, ci fa vedere le cose in modo diverso, ci spinge a riflettere su quello che crediamo consolidato e immutabile. Ed è proprio il continuo mettersi alla prova che insegna la diversità dandoci l’abitudine al cambiamento. Siccome tutta l’esperienza umana è incessante cambiamento, esservi addestrati aiuta. L’uniformità, l’omogeneità, il tutto uguale, l’indifferente uccide la mente e attizza il pregiudizio.

Si, multiculturalità e mescolanza come sfida all’omologazione. Proprio come per l’europanto, il gioco linguistico che lei ha creato e che rappresenta il tentativo, spesso divertente, di comunicare tra parlanti di lingue diverse. È in luoghi come questo che l’europanto affonda le sue radici?

– La multiculturalità è una ricchezza quando è condivisione e non comunitarismo, quando ci si mescola e non si rimane ognuno chiuso nel proprio mondo. Trieste ha proprio questo carattere. Il triestino è di per sé particolare, contiene in sé le diversità che la sua città esprime, l’apertura, la curiosità, l’intraprendenza. Quanto all’europanto, il suo spirito è proprio quello del gioco, della sdrammatizzazione della lingua, un armamentario troppo spesso usato per dividere, per forgiare identità impenetrabili. Se si scardina la lingua e la si mostra per quel che è, un’espressione umana in continuo cambiamento e ibridazione, ci si accorge che le lingue appartengono a chi le parla e non a Stati e accademie, che quella giusta è quella capace di comunicare, a prescindere dagli errori, che chi vuole capire capisce sempre, anche lingue che non sa. Anche qui il messaggio è la condivisione, la consapevolezza che imparare è sempre un crescere, un potere, un capire. L’europanto non vuole certo essere una lingua universale. Io non credo alle lingue artificiali ma a quelle vere, che parla la gente e che cambiano con lei.

Un saluto in europanto agli studenti universitari della Trieste di oggi?

– Liebe studentes, Ich wunsche toi alles beste fortune por teine studios und recommande de siempre keep eine open mind und eine curiose attitude por der mundo. Never forget dat tu esse studiante in eine preciose und hermose city, die habe eine traditione de cosmopolitisme und die esse eine permanente laboratorio por eine verdaderamente united Europe.

Testo di Luisa SORBONE

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