E se Darwin avesse avuto il 5G?

“L’algoritmo bipede” di Martina Ardizzi vince il Trieste Next 2025

Testo e fotografie di Luisa SORBONE

30.09.2025.

Come siamo diven­ta­ti ciò che siamo? Come si intrec­ci­ano cor­po, lin­gu­ag­gio e tec­no­lo­gia nell’evoluzione del­la nos­tra spe­cie? E cosa sti­amo diven­tan­do nell’epoca dell’intelligenza arti­fi­ci­ale? Domande a cui non è faci­le ris­pon­de­re. Ci pro­va, con rigo­re e iro­nia, la giova­ne neuros­ci­en­zi­ata e ricer­ca­tri­ce all’Università di Parma, Martina Ardizzi, nel suo ulti­mo sag­gio dal tito­lo “L’algoritmo bipe­de”. Un libro che si col­lo­ca nel­l’am­bi­to del­la rifle­ssi­one con­tem­po­ra­nea sul rap­por­to tra uomo e tec­no­lo­gia e che, come sot­to­li­nea Luca De Biase nel­la pre­fa­zi­one, andreb­be let­to come un con­tri­bu­to ad ori­en­tar­si in tem­pi di tra­sfor­ma­zi­oni rapi­de e radi­ca­li. Se la tec­no­lo­gia è diven­ta­ta par­te di noi, dove finis­ce l’u­ma­no e dove ini­zia l’ar­ti­fi­cio? Sta for­se cam­bi­an­do il sig­ni­fi­ca­to onto­lo­gi­co del nos­tro esse­re umani?

Con un approc­cio divul­ga­ti­vo ma rigo­ro­sa­men­te sci­en­ti­fi­co, l’a­utri­ce rac­con­ta come il lin­gu­ag­gio, gli stru­men­ti e la tec­no­lo­gia abbi­ano da sem­pre coevo­lu­to cor­po e mente.

Si par­te da lon­ta­no: dai ges­ti e dal­le mani che han­no dato for­ma al lin­gu­ag­gio. Proprio la sto­ria del lin­gu­ag­gio, e del­la sua ori­gi­ne, è illu­mi­nan­te. La paro­la non nas­ce da un sis­te­ma astrat­to, ben­sì da ges­ti, mani e imi­ta­zi­one che han­no reso possi­bi­le una comu­ni­ca­zi­one arti­co­la­ta e han­no con­tri­bu­ito a rimo­del­la­re il cer­vel­lo. “L’uomo – com­men­ta Ardizzi – è l’u­ni­co ani­ma­le con un lin­gu­ag­gio scrit­to. Frutto di coin­ci­den­ze evo­lu­ti­ve. La pos­tu­ra eret­ta ha cre­ato le con­di­zi­oni per espri­me­re più tipo­lo­gie di suoni e, quin­di, il con­trol­lo volon­ta­rio del­la fona­zi­one. Liberando le mani abbi­amo cre­ato stru­men­ti nuovi”. Una dina­mi­ca che conos­ci­amo bene, noi che ci rap­por­ti­amo quoti­di­ana­men­te a chat­bot e sis­te­mi in gra­do di simu­la­re conversazioni.

In un per­cor­so che unis­ce neuros­ci­en­ze, antro­po­lo­gia e cul­tu­ra digi­ta­le, il libro met­te in luce come men­te, cor­po e tec­no­lo­gia siano lega­ti da una con­ti­nua evo­lu­zi­one comu­ne e come l’essere uma­no si sia svi­lup­pa­to non solo attra­ver­so muta­zi­oni biolo­gic­he, ma soprat­tut­to gra­zie a un con­ti­nuo dialo­go con l’esterno.

In altre paro­le, la tra­iet­to­ria evo­lu­ti­va si gioca tut­ta nel­l’in­te­ra­zi­one con un ambi­en­te che fa con­ti­nue ric­hi­es­te, in una sor­ta di ciclo vir­tu­oso di adat­ta­men­to reci­pro­co. Vista, udi­to e tat­to non regis­tra­no sem­pli­ce­men­te il mon­do: lo fil­tra­no e lo pla­sma­no, deter­mi­nan­do il modo in cui pen­si­amo e cos­tru­iamo la real­tà. L’uomo conos­ce attra­ver­so l’esperienza cor­po­rea e la pro­va dei sen­si, che diven­ta­no a loro vol­ta stru­men­ti epis­te­mo­lo­gi­ci, assun­to che l’a­utri­ce rive­de alla luce del­le neuros­ci­en­ze e del­la filo­so­fia del­la percezione.

Tre, secon­do Ardizzi, sono i gran­di sal­ti cog­ni­ti­vi del­la nos­tra sto­ria. I pri­mi stru­men­ti moto­ri, come mar­tel­li e asce han­no dato al cor­po nuove possi­bi­lità. Gli stru­men­ti sen­so­ri­ali, come occ­hi­ali e spec­c­hi, han­no ampli­ato i con­fi­ni del­la nos­tra per­ce­zi­one. E il lin­gu­ag­gio sim­bo­li­co, la scrit­tu­ra e altri stru­men­ti cere­bra­li ci han­no per­me­sso di con­ser­va­re e con­di­vi­de­re la conos­cen­za. È qui che pren­de for­ma l’uomo “pro­te­si­co”, con­ti­nu­amen­te ride­fi­ni­to dal­le pro­prie invenzioni.

Non man­ca­no pro­vo­ca­zi­oni. “E se Darwin ave­sse avu­to il 5G?”, si chi­ede l’a­utri­ce in un capi­to­lo. La ris­pos­ta non è fan­tas­ci­en­za, ma l’idea che la nos­tra evo­lu­zi­one sia da sem­pre un intrec­cio di biolo­gia, cul­tu­ra e tec­no­lo­gia. Ogni inno­va­zi­one, dal fuoco alla stam­pa fino a inter­net, modi­fi­ca l’ambiente cog­ni­ti­vo e ric­hi­ede nuovi adat­ta­men­ti, biolo­gi­ci, cul­tu­ra­li e tec­no­lo­gi­ci. La soglia, insom­ma, è mobi­le, l’u­ma­no si defi­nis­ce da sem­pre nel­la sua capa­cità di ibridarsi.

Il pre­sen­te, però, è il ter­re­no più urgen­te. Con la meta­fo­ra di un “cer­vel­lo che accet­ta cooki­es” nel libro viene des­crit­to un cer­vel­lo che inte­ra­gis­ce con inter­net, real­tà vir­tu­ale e intel­li­gen­za arti­fi­ci­ale, incor­po­ran­do infor­ma­zi­oni fram­men­ta­rie, pro­prio come un browser che accet­ta cooki­es. Le tec­no­lo­gie digi­ta­li non sono quin­di stru­men­ti neutri, ma esten­si­oni pro­fon­de del­la nos­tra cog­ni­zi­one, in gra­do di modi­fi­ca­re a loro vol­ta memo­ria, atten­zi­one e com­por­ta­men­to. Un risul­ta­to già evi­den­te è quel­lo del­la cre­azi­one di una memo­ria tran­sat­ti­va, una memo­ria “pro­te­si­ca” a cui acce­de­re per cercare.

E se l’u­ma­no non “è” ma “diven­ta”, cosa diven­terà in uno sce­na­rio futuribile?

La tec­no­lo­gia è una del­le for­ze prin­ci­pa­li di ques­to dive­ni­re: ci obbli­ga a ripen­sa­re cosa sig­ni­fic­hi esse­re uma­ni, non in ter­mi­ni di limi­ti da difen­de­re, ma di nuove possi­bi­lità. E cosa acca­de a quel­l’or­ga­no mera­vi­gli­osa­men­te plas­ti­co che è il nos­tro cer­vel­lo? “Il cer­vel­lo – com­men­ta l’a­utri­ce – non si adat­ta allo stru­men­to ma alla fun­zi­one e alle possi­bi­lità che gli ven­go­no date. Le nuove tec­no­lo­gie strut­tu­re­ran­no nuove fun­zi­oni. Già il pri­mo effet­to è quel­lo di migli­ora­re la nos­tra capa­cità di fare buone doman­de. Ed è possi­bi­le che un’in­tel­li­gen­za arti­fi­ci­ale in gra­do di ris­pon­de­re alle nos­tre doman­de si inte­grerà nel­la nos­tra iden­tità ontologica”.

Già, la conos­cen­za è una sfi­da che com­por­ta dei ris­c­hi, ma è il conos­ce­re che ci ren­de uma­ni. Per for­tu­na ci sono labo­ra­to­ri che ci guar­da­no come se fossi­mo espe­ri­men­ti viven­ti in un reality show sci­en­ti­fi­co. In fon­do, la nos­tra sto­ria è sem­pre sta­ta quel­la di un “algo­rit­mo bipe­de”, un orga­ni­smo che inci­am­pa tra le pro­prie inven­zi­oni e che, mira­co­lo­sa­men­te e con osti­na­zi­one, con­ti­nua la sua evoluzione.

Martina Ardizzi è ricer­ca­tri­ce al Dipartimento di medi­ci­na e Chirurgia, Unità di Neuroscienze, dell’Università di Parma, dove inseg­na Psicobiologia e Psicobiologia del­l’i­den­tità di gene­re e del­l’o­ri­en­ta­men­to sessu­ale. È mem­bro del Centro di Bioetica del­lo ste­sso ateneo.