E se Darwin avesse avuto il 5G?
“L’algoritmo bipede” di Martina Ardizzi vince il Trieste Next 2025
Testo e fotografie di Luisa SORBONE
Come siamo diventati ciò che siamo? Come si intrecciano corpo, linguaggio e tecnologia nell’evoluzione della nostra specie? E cosa stiamo diventando nell’epoca dell’intelligenza artificiale? Domande a cui non è facile rispondere. Ci prova, con rigore e ironia, la giovane neuroscienziata e ricercatrice all’Università di Parma, Martina Ardizzi, nel suo ultimo saggio dal titolo “L’algoritmo bipede”. Un libro che si colloca nell’ambito della riflessione contemporanea sul rapporto tra uomo e tecnologia e che, come sottolinea Luca De Biase nella prefazione, andrebbe letto come un contributo ad orientarsi in tempi di trasformazioni rapide e radicali. Se la tecnologia è diventata parte di noi, dove finisce l’umano e dove inizia l’artificio? Sta forse cambiando il significato ontologico del nostro essere umani?
Con un approccio divulgativo ma rigorosamente scientifico, l’autrice racconta come il linguaggio, gli strumenti e la tecnologia abbiano da sempre coevoluto corpo e mente.
Si parte da lontano: dai gesti e dalle mani che hanno dato forma al linguaggio. Proprio la storia del linguaggio, e della sua origine, è illuminante. La parola non nasce da un sistema astratto, bensì da gesti, mani e imitazione che hanno reso possibile una comunicazione articolata e hanno contribuito a rimodellare il cervello. “L’uomo – commenta Ardizzi – è l’unico animale con un linguaggio scritto. Frutto di coincidenze evolutive. La postura eretta ha creato le condizioni per esprimere più tipologie di suoni e, quindi, il controllo volontario della fonazione. Liberando le mani abbiamo creato strumenti nuovi”. Una dinamica che conosciamo bene, noi che ci rapportiamo quotidianamente a chatbot e sistemi in grado di simulare conversazioni.
In un percorso che unisce neuroscienze, antropologia e cultura digitale, il libro mette in luce come mente, corpo e tecnologia siano legati da una continua evoluzione comune e come l’essere umano si sia sviluppato non solo attraverso mutazioni biologiche, ma soprattutto grazie a un continuo dialogo con l’esterno.
In altre parole, la traiettoria evolutiva si gioca tutta nell’interazione con un ambiente che fa continue richieste, in una sorta di ciclo virtuoso di adattamento reciproco. Vista, udito e tatto non registrano semplicemente il mondo: lo filtrano e lo plasmano, determinando il modo in cui pensiamo e costruiamo la realtà. L’uomo conosce attraverso l’esperienza corporea e la prova dei sensi, che diventano a loro volta strumenti epistemologici, assunto che l’autrice rivede alla luce delle neuroscienze e della filosofia della percezione.
Tre, secondo Ardizzi, sono i grandi salti cognitivi della nostra storia. I primi strumenti motori, come martelli e asce hanno dato al corpo nuove possibilità. Gli strumenti sensoriali, come occhiali e specchi, hanno ampliato i confini della nostra percezione. E il linguaggio simbolico, la scrittura e altri strumenti cerebrali ci hanno permesso di conservare e condividere la conoscenza. È qui che prende forma l’uomo “protesico”, continuamente ridefinito dalle proprie invenzioni.
Non mancano provocazioni. “E se Darwin avesse avuto il 5G?”, si chiede l’autrice in un capitolo. La risposta non è fantascienza, ma l’idea che la nostra evoluzione sia da sempre un intreccio di biologia, cultura e tecnologia. Ogni innovazione, dal fuoco alla stampa fino a internet, modifica l’ambiente cognitivo e richiede nuovi adattamenti, biologici, culturali e tecnologici. La soglia, insomma, è mobile, l’umano si definisce da sempre nella sua capacità di ibridarsi.
Il presente, però, è il terreno più urgente. Con la metafora di un “cervello che accetta cookies” nel libro viene descritto un cervello che interagisce con internet, realtà virtuale e intelligenza artificiale, incorporando informazioni frammentarie, proprio come un browser che accetta cookies. Le tecnologie digitali non sono quindi strumenti neutri, ma estensioni profonde della nostra cognizione, in grado di modificare a loro volta memoria, attenzione e comportamento. Un risultato già evidente è quello della creazione di una memoria transattiva, una memoria “protesica” a cui accedere per cercare.
E se l’umano non “è” ma “diventa”, cosa diventerà in uno scenario futuribile?
La tecnologia è una delle forze principali di questo divenire: ci obbliga a ripensare cosa significhi essere umani, non in termini di limiti da difendere, ma di nuove possibilità. E cosa accade a quell’organo meravigliosamente plastico che è il nostro cervello? “Il cervello – commenta l’autrice – non si adatta allo strumento ma alla funzione e alle possibilità che gli vengono date. Le nuove tecnologie struttureranno nuove funzioni. Già il primo effetto è quello di migliorare la nostra capacità di fare buone domande. Ed è possibile che un’intelligenza artificiale in grado di rispondere alle nostre domande si integrerà nella nostra identità ontologica”.
Già, la conoscenza è una sfida che comporta dei rischi, ma è il conoscere che ci rende umani. Per fortuna ci sono laboratori che ci guardano come se fossimo esperimenti viventi in un reality show scientifico. In fondo, la nostra storia è sempre stata quella di un “algoritmo bipede”, un organismo che inciampa tra le proprie invenzioni e che, miracolosamente e con ostinazione, continua la sua evoluzione.
Martina Ardizzi è ricercatrice al Dipartimento di medicina e Chirurgia, Unità di Neuroscienze, dell’Università di Parma, dove insegna Psicobiologia e Psicobiologia dell’identità di genere e dell’orientamento sessuale. È membro del Centro di Bioetica dello stesso ateneo.





