„Stranieritudine“: quando la casa è altrove
A colloquio con Federica Marzi – autrice del romanzo “La mia casa altrove” (Bottega Errante)
Testo di Luisa SORBONE
“La mia casa altrove” è un titolo che già nel suo ossimoro esprime il significato complesso della storia narrata. Le protagoniste de “La mia casa altrove”, romanzo di esordio di Federica Marzi pubblicato da Bottega Errante, sono due donne. Hanno in comune un presente: la città di Trieste, il porto d’approdo italiano più prossimo alle frontiere dell’est. E un passato: un destino forgiato dalla guerra che le ha costrette ad abbandonare la loro terra.
Norina è istriana, fuggita a Trieste nel 1954 con l’esodo di massa degli italiani dalle terre passate alla Jugoslavia. È una donna di mezza età, fortemente ancorata al suo passato e con tante domande in attesa di risposte importanti. Norina parla sempre in dialetto, quella è la sua lingua, anche con chi istriano non è.
Amila è più giovane. Ventenne, bosniaca, profuga a Trieste negli anni 90, quando la sua città entra a far parte della repubblica serba di Bosnia. A differenza di Norina, è immersa nella sua nuova vita, vuole vivere il presente come le altre ragazze della sua età, magari anche trovare un amore e costruire un futuro. Degli anni passati al campo profughi ha un vago ricordo, su cui, all’inizio del romanzo, dice di non volersi soffermare troppo. Ma anche Amila si troverà a fare i conti il passato, per appropriarsi completamente della sua identità.
“La mia casa altrove” racconta una pagina di storia difficile e ne diventa documento narrativo di testimonianza. Nel mondo ci sono tante Norina, Amila, Nevia. Ognuna di loro custodisce segreti e ricordi profondi, spesso dolorosi, e conosce il significato di quell’altrove. Federica Marzi in questo romanzo tratteggia le loro figure e vicende con grande sensibilità.
Le storie che racconti potrebbero essere reali. E anche i protagonisti. Ti sei forse ispirata a vicende di persone che hai conosciuto personalmente?
- Le storie che racconto nel “La mia casa altrove” sono tutte reali eppure tutte finzionali. Sono reali, nel senso che partono da un’osservazione della realtà e da molte persone che hanno fatto parte della mia vita, a cominciare da un folto ramo istriano della mia famiglia, che, come il personaggio di Norina, ha vissuto l’esodo ed è approdato a Trieste e al Centro di Raccolta Profughi di Padriciano, per poi ripartire ancora verso il Continente nuovissimo – l’Australia di fine anni Cinquanta (come fa il personaggio di Nevia). Una parte di questa mia famiglia di frontiera, e quindi divisa, è invece rimasta dall’altra parte del confine, in Jugoslavia, poi Slovenia e Croazia.
Ho cercato di raccontare questo capitolo di storia, che per me è anche una storia familiare, guardandolo però dalla prospettiva dell’oggi, da un punto di vista collettivo allargato, al di qua e al di là del confine, dal punto di vista delle prime generazioni e delle loro ferite ancora aperte, ma anche da quello delle seconde e terze, dei figli e dei nipoti (alle quali appartengo e alle quali appartengono in definitiva i personaggi poco più che ventenni di Amila e Simon).
Il piano su cui mi sono mossa è però di assoluta finzione, usando per esempio la terza persona e non il registro autobiografico, con un plot inventato di sana pianta. Questo anche perché non ho mai conosciuto veramente la storia della mia famiglia. Ne ho conosciuto i silenzi però, forse più eloquenti di qualsiasi altra parola. Il mio è stato perciò anche un tentativo di conoscerla ricostruendola con l’aiuto dei miei ricordi infantili, dell’immaginazione e, naturalmente, con tanto lavoro di ricerca documentale.
Con un incedere narrativo accattivante e ritmato, ricco di flash back che progressivamente aggiungono tasselli alla costruzione della storia, Federica Marzi riesce a trasmettere al lettore il significato di quella realtà dell’altrove e di quel “sentirsi in bilico” che accompagna la vita delle protagoniste e che l’autrice chiama “stranieritudine”.
Come definiresti la “stranieritudine”?
- Stranieritudine è una parola che ho inventato, e che non immaginavo potesse avere così tanto successo. In ogni caso tenta di dare voce a una forma di ‘spaesamento’ di chi vive fra più lingue, più culture o più forme di appartenenza. È uno dei momenti chiave del romanzo, quando Amila si rende conto di dover imboccare un’altra strada, di dover compiere cioè nuove scelte riguardanti lo stare, l’andare, il risiedere e quindi l’appartenere: “(…) non era più questione di affermare un diritto di scelta, ma di scegliere. Non era volere, ma sapere. Sapere cosa stesse sempre nel mezzo. Le sembrava che ciò si potesse chiamare stranezza. O, meglio, stranieritudine (…). Un misto di stranieraggine e rettitudine. Quella era lei. C’era tutto lì dentro, di sé, della sua famiglia, della sua storia. Voleva sapere che cosa fosse l’inquietudine dell’indecisione, del volere ma non riuscire mai a prendere una direzione netta. Eppure non si poteva vivere andando contemporaneamente in due direzioni, questo era chiaro.
Spesso quella delle politiche identitarie è una zona contraddittoria e scivolosa, non a senso unico, ma dai molti e vari sensi possibili. Questa è anche stranieritudine.
I personaggi, ai quali viene affidato il compito di ricucire il filo di esistenze complicate, sono caratterizzati nei minimi dettagli. I luoghi non sono semplice scenario, ma diventano parte necessaria della narrazione. Il bosco che sa ascoltare e regalare preziosi silenzi, il senso di familiarità della campagna istriana e della vecchia casa di Buie, le baracche desolate dei campi profughi. E poi il mare, che attizza la voglia di vacanza e di libertà e fa anche da sfondo ad una possibile storia d’amore.
Qual è il tuo rapporto con questi luoghi?
- Li conosco come si conoscono le città d’elezione, i luoghi dell’anima, dove è possibile perdersi o ritrovarsi, ai quali si appartiene e dove amo sempre tornare. Da triestina, le terre istriane rappresentano un mio speciale e assoluto ‘retroterra sentimentale’, per usare un’espressione di Fulvio Tomizza. Ma anche un laboratorio di multiculturalità verso il quale tendere, diverso sebbene strettamente collegato a quello triestino.
Poi, per me, è stato fondamentale l’incontro con il Forum Tomizza a Umago, che mi ha onorata del premio Lapis Histriae nel 2016 e dove ho incontrato un gruppo di intellettuali, scrittrici e scrittori, traduttrici e traduttori, con una sensibilità molto affine e con uno sguardo comune sulla frontiera e le sue storie. Il Forum Tomizza mi ha inoltre aperto degli spazi, di scrittura (con una residenza alla Casa degli scrittori di Pisino) e di pubblicazione (nella traduzione croata di Lorena Monica Kmet), facendomi crescere come autrice. Se c’è un luogo dal quale parto come scrittrice, be’, questo è sicuramente il Forum Tomizza, al quale mi lega anche l’amicizia a molte persone.
Cosa ti ha spinta a scrivere questo libro?
- Penso moltissime cose, a cominciare da uno spaesamento, che è una delle molte e varie sfaccettature delle vite di confine, cui ho voluto dare voce e dimensione, ma anche qualche forma di possibile soluzione. A muovermi è stato anche l’interesse, l’ossessione – che deriva certo dalla mia biografia, ma anche dai miei studi e dall’osservazione di alcune forme di vita tipiche della contemporaneità – per le esistenze liminali, per le storie di sradicamento e al contempo di riposizionamento, per le identità e le geografie complesse, plurali e plurilingui, per i loro drammi ma anche per la loro chance di ridirsi e, con ciò, di ridefinire le comunità e le società.
Sei al tuo romanzo di esordio. Ma prima di “La mia casa altrove”, come hai ricordato, hai scritto racconti apparsi su antologie e riviste in Croazia e in Bosnia, in traduzione croata, il cui originale italiano è rimasto però finora inedito. Di cosa parlano?
- Oh, gli argomenti sono più o meno sempre gli stessi – le terre di confine con al centro la città di Trieste, il multilinguismo, la migrazione – argomenti raccontati con una particolare cifra stilistica che intreccia lingue e dialetti nell’italiano della narrazione. “Nemoj drhtati” (Non tremare) mette in scena due personaggi post-terremotati di mezza età e il rapporto con la loro terra d’origine Gemona del Friuli; “Mamin jezik” (La lingua di mia mamma) racconta da un punto di vista infantile le insidie e i voli pindarici di una famiglia triestina mistilingue; “Žena koja se popela na Ursus” (La donna che era salita sull’Orso d’acciaio) parla di un’amicizia femminile sullo sfondo delle manifestazioni per la chiusura della Ferriera di Trieste; “Pukotine” (Crepe) racconta l’arrivo di una giovane bosniaca in un centro di accoglienza italiano e il suo tentativo di dare all’esperienza drammatica della profuganza un significato inedito, al di là degli schemi noti.
Stai già lavorando a nuovi progetti?
- Ci sto pensando, il che significa che ci sto lavorando. Il passo verso il prossimo – il mio secondo – romanzo non è semplice. La scommessa sarebbe di tentare qualcosa di abbastanza diverso, pur rimanendo all’interno della mia cifra narrativa e stilistica, che poi è quello che conosco e so fare meglio.
Federica Marzi è nata a Trieste nel 1974. Ha conseguito il Dottorato di ricerca in Italianistica all’Università di Trieste e alla Heinrich-Heine-Universität Düsseldorf con una tesi sulla letteratura dell’emigrazione italiana in Germania. Suoi racconti brevi sono apparsi su antologie e riviste italiane e, nella traduzione croata di Lorena Monica Kmet, per la collana della Biblioteca Civica Umago, su Nova Istra e sul portale letterario Strane. Nel 2016, con il racconto “Crepe” si è aggiudicata il primo premio al Concorso letterario internazionale Lapis Histriae (nell’ambito della 17a edizione degli Incontri di Frontiera Forum Tomizza). È stata ospite per una residenza di scrittura alla Casa degli scrittori/ Kuća za pisce di Pisino, dove ha scritto parte de “La mia casa altrove”(menzione speciale al Premio FiuggiStoria 2021).





