„Stranieritudine“: quando la casa è altrove

A colloquio con Federica Marzi – autrice del romanzo “La mia casa altrove” (Bottega Errante)

Testo di Luisa SORBONE

15.03.2022

“La mia casa altro­ve” è un tito­lo che già nel suo ossi­mo­ro espri­me il sig­ni­fi­ca­to com­ple­sso del­la sto­ria nar­ra­ta. Le pro­ta­go­nis­te de “La mia casa altro­ve”, roman­zo di esor­dio di Federica Marzi pub­bli­ca­to da Bottega Errante, sono due don­ne. Hanno in comu­ne un pre­sen­te: la cit­tà di Trieste, il por­to d’approdo ita­li­ano più pro­ssi­mo alle fron­ti­ere dell’est. E un passa­to: un des­ti­no for­gi­ato dal­la guer­ra che le ha cos­tret­te ad abban­do­na­re la loro terra.

Norina è istri­ana, fug­gi­ta a Trieste nel 1954 con l’esodo di massa degli ita­li­ani dal­le ter­re passa­te alla Jugoslavia. È una don­na di mezza età, for­te­men­te anco­ra­ta al suo passa­to e con tan­te doman­de in atte­sa di ris­pos­te impor­tan­ti. Norina par­la sem­pre in dialet­to, quel­la è la sua lin­gua, anc­he con chi istri­ano non è.

Amila è più giova­ne. Ventenne, bos­ni­aca, pro­fu­ga a Trieste negli anni 90, quan­do la sua cit­tà entra a far par­te del­la repub­bli­ca ser­ba di Bosnia. A dif­fe­ren­za di Norina, è immer­sa nel­la sua nuova vita, vuole vive­re il pre­sen­te come le altre raga­zze del­la sua età, maga­ri anc­he tro­va­re un amo­re e cos­tru­ire un futu­ro. Degli anni passa­ti al cam­po pro­fug­hi ha un vago ricor­do, su cui, all’inizio del roman­zo, dice di non voler­si sof­fer­ma­re trop­po. Ma anc­he Amila si tro­verà a fare i con­ti il passa­to, per appro­pri­ar­si com­ple­ta­men­te del­la sua identità.

“La mia casa altro­ve” rac­con­ta una pagi­na di sto­ria dif­fi­ci­le e ne diven­ta docu­men­to nar­ra­ti­vo di tes­ti­mo­ni­an­za. Nel mon­do ci sono tan­te Norina, Amila, Nevia. Ognuna di loro cus­to­dis­ce segre­ti e ricor­di pro­fon­di, spe­sso dolo­ro­si, e conos­ce il sig­ni­fi­ca­to di quell’altrove. Federica Marzi in ques­to roman­zo trat­teg­gia le loro figu­re e vicen­de con gran­de sensibilità.

Le sto­rie che rac­con­ti potreb­be­ro esse­re reali. E anc­he i pro­ta­go­nis­ti. Ti sei for­se ispi­ra­ta a vicen­de di per­so­ne che hai conos­ci­uto personalmente?

- Le sto­rie che rac­con­to nel “La mia casa altro­ve” sono tut­te reali eppu­re tut­te fin­zi­ona­li. Sono reali, nel sen­so che par­to­no da un’osservazione del­la real­tà e da mol­te per­so­ne che han­no fat­to par­te del­la mia vita, a comin­ci­are da un fol­to ramo istri­ano del­la mia fami­glia, che, come il per­so­nag­gio di Norina, ha vissu­to l’esodo ed è appro­da­to a Trieste e al Centro di Raccolta Profughi di Padriciano, per poi ripar­ti­re anco­ra ver­so il Continente nuovi­ssi­mo – l’Australia di fine anni Cinquanta (come fa il per­so­nag­gio di Nevia). Una par­te di ques­ta mia fami­glia di fron­ti­era, e quin­di divi­sa, è inve­ce rimas­ta dall’altra par­te del con­fi­ne, in Jugoslavia, poi Slovenia e Croazia.

Ho cer­ca­to di rac­con­ta­re ques­to capi­to­lo di sto­ria, che per me è anc­he una sto­ria fami­li­are, guar­dan­do­lo però dal­la pros­pet­ti­va dell’oggi, da un pun­to di vis­ta col­let­ti­vo allar­ga­to, al di qua e al di là del con­fi­ne, dal pun­to di vis­ta del­le pri­me gene­ra­zi­oni e del­le loro feri­te anco­ra aper­te, ma anc­he da quel­lo del­le secon­de e ter­ze, dei figli e dei nipo­ti (alle quali appar­ten­go e alle quali appar­ten­go­no in defi­ni­ti­va i per­so­nag­gi poco più che ven­ten­ni di Amila e Simon).

Il piano su cui mi sono mossa è però di asso­lu­ta fin­zi­one, usan­do per esem­pio la ter­za per­so­na e non il regis­tro auto­bi­ogra­fi­co, con un plot inven­ta­to di sana pian­ta. Questo anc­he per­c­hé non ho mai conos­ci­uto vera­men­te la sto­ria del­la mia fami­glia. Ne ho conos­ci­uto i silen­zi però, for­se più eloqu­en­ti di qual­si­asi altra paro­la. Il mio è sta­to per­ciò anc­he un ten­ta­ti­vo di conos­cer­la ricos­tru­en­do­la con l’aiuto dei miei ricor­di infan­ti­li, dell’immaginazione e, natu­ral­men­te, con tan­to lavo­ro di ricer­ca documentale.

Con un ince­de­re nar­ra­ti­vo accat­ti­van­te e rit­ma­to, ric­co di flash back che pro­gre­ssi­va­men­te aggi­un­go­no tassel­li alla cos­tru­zi­one del­la sto­ria, Federica Marzi ries­ce a tra­smet­te­re al let­to­re il sig­ni­fi­ca­to di quel­la real­tà dell’altrove e di quel “sen­tir­si in bili­co” che accom­pag­na la vita del­le pro­ta­go­nis­te e che l’autrice chi­ama “stra­ni­eri­tu­di­ne”.

Come defi­ni­res­ti la “stra­ni­eri­tu­di­ne”?

- Stranieritudine è una paro­la che ho inven­ta­to, e che non imma­gi­na­vo pote­sse ave­re così tan­to suc­ce­sso. In ogni caso ten­ta di dare voce a una for­ma di ‘spa­esa­men­to’ di chi vive fra più lin­gue, più cul­tu­re o più for­me di appar­te­nen­za. È uno dei momen­ti chi­ave del roman­zo, quan­do Amila si ren­de con­to di dover imboc­ca­re un’altra stra­da, di dover com­pi­ere cioè nuove scel­te rigu­ar­dan­ti lo sta­re, l’andare, il risi­ede­re e quin­di l’appartenere: “(…) non era più ques­ti­one di affer­ma­re un dirit­to di scel­ta, ma di sce­gli­ere. Non era vole­re, ma sape­re. Sapere cosa ste­sse sem­pre nel mezzo. Le sem­bra­va che ciò si pote­sse chi­ama­re stra­ne­zza. O, meglio, stra­ni­eri­tu­di­ne (…). Un mis­to di stra­ni­erag­gi­ne e ret­ti­tu­di­ne. Quella era lei. C’era tut­to lì den­tro, di sé, del­la sua fami­glia, del­la sua sto­ria. Voleva sape­re che cosa fosse l’inquietudine dell’indecisione, del vole­re ma non rius­ci­re mai a pren­de­re una dire­zi­one net­ta. Eppure non si pote­va vive­re andan­do con­tem­po­ra­ne­amen­te in due dire­zi­oni, ques­to era chiaro.

Spesso quel­la del­le poli­tic­he iden­ti­ta­rie è una zona con­trad­dit­to­ria e sci­vo­lo­sa, non a sen­so uni­co, ma dai mol­ti e vari sen­si possi­bi­li. Questa è anc­he stranieritudine.

I per­so­nag­gi, ai quali viene affi­da­to il com­pi­to di ricu­ci­re il filo di esis­ten­ze com­pli­ca­te, sono carat­te­ri­zza­ti nei mini­mi det­ta­gli. I luog­hi non sono sem­pli­ce sce­na­rio, ma diven­ta­no par­te nece­ssa­ria del­la nar­ra­zi­one. Il bos­co che sa ascol­ta­re e rega­la­re pre­zi­osi silen­zi, il sen­so di fami­li­arità del­la cam­pag­na istri­ana e del­la vec­c­hia casa di Buie, le barac­c­he deso­la­te dei cam­pi pro­fug­hi. E poi il mare, che atti­zza la voglia di vacan­za e di liber­tà e fa anc­he da sfon­do ad una possi­bi­le sto­ria d’amore.

Qual è il tuo rap­por­to con ques­ti luoghi?

- Li conos­co come si conos­co­no le cit­tà d’elezione, i luog­hi dell’anima, dove è possi­bi­le per­der­si o ritro­var­si, ai quali si appar­ti­ene e dove amo sem­pre tor­na­re. Da tri­es­ti­na, le ter­re istri­ane rap­pre­sen­ta­no un mio spe­ci­ale e asso­lu­to ‘retro­ter­ra sen­ti­men­ta­le’, per usa­re un’espressione di Fulvio Tomizza. Ma anc­he un labo­ra­to­rio di mul­ti­cul­tu­ra­lità ver­so il quale ten­de­re, diver­so seb­be­ne stret­ta­men­te col­le­ga­to a quel­lo triestino.

Poi, per me, è sta­to fon­da­men­ta­le l’incontro con il Forum Tomizza a Umago, che mi ha ono­ra­ta del pre­mio Lapis Histriae nel 2016 e dove ho incon­tra­to un grup­po di intel­let­tu­ali, scrit­tri­ci e scrit­to­ri, tra­dut­tri­ci e tra­dut­to­ri, con una sen­si­bi­lità mol­to affi­ne e con uno sgu­ar­do comu­ne sul­la fron­ti­era e le sue sto­rie. Il Forum Tomizza mi ha inol­tre aper­to degli spa­zi, di scrit­tu­ra (con una resi­den­za alla Casa degli scrit­to­ri di Pisino) e di pub­bli­ca­zi­one (nel­la tra­du­zi­one cro­ata di Lorena Monica Kmet), facen­do­mi cres­ce­re come autri­ce. Se c’è un luogo dal quale par­to come scrit­tri­ce, be’, ques­to è sicu­ra­men­te il Forum Tomizza, al quale mi lega anc­he l’amicizia a mol­te persone.

Cosa ti ha spin­ta a scri­ve­re ques­to libro?

- Penso mol­ti­ssi­me cose, a comin­ci­are da uno spa­esa­men­to, che è una del­le mol­te e varie sfac­cet­ta­tu­re del­le vite di con­fi­ne, cui ho volu­to dare voce e dimen­si­one, ma anc­he qual­c­he for­ma di possi­bi­le solu­zi­one. A muover­mi è sta­to anc­he l’interesse, l’ossessione – che deri­va cer­to dal­la mia biogra­fia, ma anc­he dai miei stu­di e dall’osservazione di alcu­ne for­me di vita tipic­he del­la con­tem­po­ra­ne­ità – per le esis­ten­ze limi­na­li, per le sto­rie di sra­di­ca­men­to e al con­tem­po di ripo­si­zi­ona­men­to, per le iden­tità e le geogra­fie com­ple­sse, plu­ra­li e plu­ri­lin­gui, per i loro dram­mi ma anc­he per la loro chan­ce di ridir­si e, con ciò, di ride­fi­ni­re le comu­nità e le società.

Sei al tuo roman­zo di esor­dio. Ma pri­ma di “La mia casa altro­ve”, come hai ricor­da­to, hai scrit­to rac­con­ti appar­si su anto­lo­gie e rivis­te in Croazia e in Bosnia, in tra­du­zi­one cro­ata, il cui ori­gi­na­le ita­li­ano è rimas­to però fino­ra ine­di­to. Di cosa parlano?

- Oh, gli argo­men­ti sono più o meno sem­pre gli ste­ssi – le ter­re di con­fi­ne con al cen­tro la cit­tà di Trieste, il mul­ti­lin­gu­ismo, la migra­zi­one – argo­men­ti rac­con­ta­ti con una par­ti­co­la­re cifra sti­lis­ti­ca che intrec­cia lin­gue e dialet­ti nell’italiano del­la nar­ra­zi­one. “Nemoj drh­ta­ti” (Non tre­ma­re) met­te in sce­na due per­so­nag­gi post-ter­re­mo­ta­ti di mezza età e il rap­por­to con la loro ter­ra d’origine Gemona del Friuli; “Mamin jezik” (La lin­gua di mia mam­ma) rac­con­ta da un pun­to di vis­ta infan­ti­le le insi­die e i voli pin­da­ri­ci di una fami­glia tri­es­ti­na mis­ti­lin­gue; “Žena koja se pope­la na Ursus” (La don­na che era sali­ta sull’Orso d’acciaio) par­la di un’amicizia fem­mi­ni­le sul­lo sfon­do del­le mani­fes­ta­zi­oni per la chi­usu­ra del­la Ferriera di Trieste; “Pukotine” (Crepe) rac­con­ta l’arrivo di una giova­ne bos­ni­aca in un cen­tro di acco­gli­en­za ita­li­ano e il suo ten­ta­ti­vo di dare all’esperienza dram­ma­ti­ca del­la pro­fu­gan­za un sig­ni­fi­ca­to ine­di­to, al di là degli sche­mi noti.

Stai già lavo­ran­do a nuovi progetti?

- Ci sto pen­san­do, il che sig­ni­fi­ca che ci sto lavo­ran­do. Il passo ver­so il pro­ssi­mo – il mio secon­do – roman­zo non è sem­pli­ce. La scom­me­ssa sareb­be di ten­ta­re qual­co­sa di abbas­tan­za diver­so, pur rima­nen­do all’interno del­la mia cifra nar­ra­ti­va e sti­lis­ti­ca, che poi è quel­lo che conos­co e so fare meglio.

Federica Marzi è nata a Trieste nel 1974. Ha con­se­gu­ito il Dottorato di ricer­ca in Italianistica all’Università di Trieste e alla Heinrich-Heine-Universität Düsseldorf con una tesi sul­la let­te­ra­tu­ra dell’emigrazione ita­li­ana in Germania. Suoi rac­con­ti bre­vi sono appar­si su anto­lo­gie e rivis­te ita­li­ane e, nel­la tra­du­zi­one cro­ata di Lorena Monica Kmet, per la col­la­na del­la Biblioteca Civica Umago, su Nova Istra e sul por­ta­le let­te­ra­rio Strane. Nel 2016, con il rac­con­to “Crepe” si è aggi­udi­ca­ta il pri­mo pre­mio al Concorso let­te­ra­rio inter­na­zi­ona­le Lapis Histriae (nell’ambito del­la 17a edi­zi­one degli Incontri di Frontiera Forum Tomizza). È sta­ta ospi­te per una resi­den­za di scrit­tu­ra alla Casa degli scrittori/ Kuća za pis­ce di Pisino, dove ha scrit­to par­te de “La mia casa altrove”(menzione spe­ci­ale al Premio FiuggiStoria 2021).