A Trieste una mostra documentaria rende omaggio a un intellettuale della multiculturalità
Juan Octavio Prenz – Un mitteleuropeo sudamericano
Testo e fotografie di Luisa SORBONE
È dedicata a Juan Octavio Prenz, figura emblematica di intellettuale della multiculturalità, la mostra documentaria “Juan Octavio Prenz (1932−2019). Uno scrittore triestino di lingua spagnola” in corso presso la Biblioteca Statale “Stelio Crise” di Trieste. Protagonista forse ancora troppo poco conosciuto della cultura del Novecento, raffinato interprete dei mille significati dell’identità composita, Perez ci lascia il suo grande lavoro di costruttore (più ponti e meno muri) e, come ha scritto Roberto Dedenaro, ci insegna “ad avere uno sguardo ampio, che sa capire come si sposta l’orizzonte, che sa che i porti delle città di mare servono per saper partire, ma anche per festeggiare chi arriva da qualche paese lontano”.
Nato in Argentina nel 1932 da genitori istriani di lingua croata emigrati col crollo dell’Impero austroungarico, dopo aver lasciato Buenos Aires nel 1975 durante la dittatura di Videla e aver vissuto per alcuni anni tra Belgrado e Lubiana, nel 1979 Prenz si stabilisce a Trieste. È l’approdo ideale per un uomo come lui, dalle radici multiple, che vive in prima persona il tema della frontiera, anche attraverso il suo lavoro di traduttore e mediatore tra lingue e culture differenti. Un “mitteleuropeo sudamericano” lo ha definito Claudio Magris, legato a lui da un’amicizia profonda, seppur tardiva.
La mostra, che rimarrà aperta fino al 26 aprile, illustra la sua storia, dagli esordi in Argentina come scrittore, insegnante e professore universitario, al trasferimento in Europa dopo l’avvento della dittatura di Videla, fino all’attività di docente di Letteratura Spagnola e Latinoamericana a Belgrado, Lubiana, Venezia, Trieste. E illustra la nascita e lo sviluppo della sua poesia e della sua attività di narratore, oltre che di traduttore dallo spagnolo nelle lingue slave e dalle stesse in spagnolo. In esposizione molti appunti personali manoscritti, dattiloscritti, lettere, edizioni delle diverse opere, fotografie, ritratti e oggetti appartenuti allo scrittore.
Una mostra che ci restituisce l’uomo, il letterato, il poeta, lo scienziato, il traduttore. Soprattutto che “ci fa capire – sottolinea Gianni Cimador, responsabile del coordinamento scientifico insieme a Francesca Richetti – come questo bisogno insopprimibile di confronto, di scambio e di movimento siano non solo qualità umane dello scrittore ma animano e connotano anche il suo approccio alla letteratura, diventando una visione alternativa della storia, nella quale gli intrecci culturali e il superamento di mondi e distanze reso possibile dalla scrittura, migliorano gli uomini e danno alle loro vite nuova e diversa intensità”.
“Non saprei dire – commenta Claudio Magris – quando penso a Octavio, se lo penso più sudamericano, più croato o più italiano, oppure tutto insieme (…). Già il titolo del suo Solo gli alberi hanno radici manifesta l’insofferenza dell’autore per l’ossequio verso le identità rigide che può arrivare al culto dell’identità razziale, politica; insomma può diventare una dimensione grettamente totalizzante”.
“Perché solo gli alberi hanno radici – dice Prenz replicando il titolo del libro – è una frase rivolta spesso a chi mi incita a dichiararmi unilateralmente argentino, jugoslavo o italiano, avendo io scritto in queste lingue e vissuto in paesi che le parlavano. Tutto nasce dalla mia diffidenza per le metafore facili, una delle quali fa dell’uomo un essere con radici. Ma se si tratta di usare metafore, allora perché radici e non ali? Perché non pensare che l’identità possa anche definirsi in funzione di un futuro da condividere piuttosto che di un passato da contemplare?”
Gli alberi che non hanno radici sono gli abitanti di Ensenada de Barragán, il paese argentino dove arrivano, partono, ritornano emigranti di diverse generazioni, provenienti soprattutto dall’Istria italo-croata. Che non si sentono sradicati e strappati alla loro terra, piuttosto animali randagi che amano ogni luogo in cui sostano, per breve tempo, a lungo o per sempre, aperti a nuovi incontri, mescolanze, congedi.
È questo il più autobiografico dei suoi libri, pubblicato in Italia da La Nave di Teseo nel 2017. Octavio aveva scelto le ali, relegando le radici agli alberi, per guardare lucidamente la vita e reinventarla con una raffinata vena umoristica e sarcastica, fino alla fine. Come quando, un giorno, dal letto d’ospedale disse a Marko Kravos che andava a fargli visita: “Non è certo una gran bella cosa, questo andar alla morte. Poi, da morto, ci si adegua e si sta comodi. Ci si ritrova con tanta brava gente”.
La mostra “Juan Octavio Prenz (1932−2019). Uno scrittore triestino di lingua spagnola” è organizzata dall’Associazione Archivio e Centro di documentazione della Cultura Regionale e dalla Biblioteca Statale “Stelio Crise” di Trieste, con il patrocinio del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università degli Studi di Trieste e del PEN Trieste Aps.
Sono stati tradotti in italiano i suoi romanzi La favola di Innocenzo Onesto, il decapitato (Marsilio, 2001), Il signor Kreck (Diabasis, 2014) e Solo gli alberi hanno radici (La Nave di Teseo, 2017) e le sue poesie Antologia poetica (Hammerle, 2006) e Figure di prua (La nave di Teseo, 2019).
Nel 2019 Prenz è stato il vincitore del Premio Internazionale Nonino. Nella motivazione si legge: “Scrittore di assoluta originalità e felicemente appartato, Prenz unisce in un’opera inconfondibile la fantasia epica della grande letteratura latinoamericana e l’ombra misteriosa in cui si dissimulano i personaggi della grande letteratura mitteleuropea”.













