A Trieste una mostra documentaria rende omaggio a un intellettuale della multiculturalità

Juan Octavio Prenz – Un mitteleuropeo sudamericano

Testo e fotografie di Luisa SORBONE

27.03.2024

È dedi­ca­ta a Juan Octavio Prenz, figu­ra emble­ma­ti­ca di intel­let­tu­ale del­la mul­ti­cul­tu­ra­lità, la mos­tra docu­men­ta­ria “Juan Octavio Prenz (1932−2019). Uno scrit­to­re tri­es­ti­no di lin­gua spag­no­la” in cor­so pre­sso la Biblioteca Statale “Stelio Crise” di Trieste. Protagonista for­se anco­ra trop­po poco conos­ci­uto del­la cul­tu­ra del Novecento, raf­fi­na­to inter­pre­te dei mil­le sig­ni­fi­ca­ti del­l’i­den­tità com­po­si­ta, Perez ci las­cia il suo gran­de lavo­ro di cos­trut­to­re (più pon­ti e meno muri) e, come ha scrit­to Roberto Dedenaro, ci inseg­na “ad ave­re uno sgu­ar­do ampio, che sa capi­re come si spos­ta l’o­ri­zzon­te, che sa che i por­ti del­le cit­tà di mare ser­vo­no per saper par­ti­re, ma anc­he per fes­teg­gi­are chi arri­va da qual­c­he paese lontano”.

Nato in Argentina nel 1932 da geni­to­ri istri­ani di lin­gua cro­ata emi­gra­ti col crol­lo dell’Impero aus­tro­un­ga­ri­co, dopo aver las­ci­ato Buenos Aires nel 1975 duran­te la dit­ta­tu­ra di Videla e aver vissu­to per alcu­ni anni tra Belgrado e Lubiana, nel 1979 Prenz si sta­bi­lis­ce a Trieste. È l’ap­pro­do ide­ale per un uomo come lui, dal­le radi­ci mul­ti­ple, che vive in pri­ma per­so­na il tema del­la fron­ti­era, anc­he attra­ver­so il suo lavo­ro di tra­dut­to­re e medi­ato­re tra lin­gue e cul­tu­re dif­fe­ren­ti. Un “mit­te­le­uro­peo suda­me­ri­ca­no” lo ha defi­ni­to Claudio Magris, lega­to a lui da un’a­mi­ci­zia pro­fon­da, sep­pur tardiva.

La mos­tra, che rimar­rà aper­ta fino al 26 apri­le, illus­tra la sua sto­ria, dagli esor­di in Argentina come scrit­to­re, inseg­nan­te e pro­fe­sso­re uni­ver­si­ta­rio, al tra­sfe­ri­men­to in Europa dopo l’avvento del­la dit­ta­tu­ra di Videla, fino all’at­ti­vità di docen­te di Letteratura Spagnola e Latinoamericana a Belgrado, Lubiana, Venezia, Trieste. E illus­tra la nas­ci­ta e lo svi­lup­po del­la sua poesia e del­la sua atti­vità di nar­ra­to­re, oltre che di tra­dut­to­re dal­lo spag­no­lo nel­le lin­gue sla­ve e dal­le ste­sse in spag­no­lo. In espo­si­zi­one mol­ti appun­ti per­so­na­li manos­crit­ti, dat­ti­los­crit­ti, let­te­re, edi­zi­oni del­le diver­se ope­re, foto­gra­fie, ritrat­ti e ogget­ti appar­te­nu­ti allo scrittore.

Una mos­tra che ci res­ti­tu­is­ce l’u­omo, il let­te­ra­to, il poeta, lo sci­en­zi­ato, il tra­dut­to­re. Soprattutto che “ci fa capi­re – sot­to­li­nea Gianni Cimador, res­pon­sa­bi­le del coor­di­na­men­to sci­en­ti­fi­co insi­eme a Francesca Richetti – come ques­to bisog­no insop­pri­mi­bi­le di con­fron­to, di scam­bio e di movi­men­to siano non solo qualità uma­ne del­lo scrit­to­re ma ani­ma­no e con­no­ta­no anc­he il suo approc­cio alla let­te­ra­tu­ra, diven­tan­do una visi­one alter­na­ti­va del­la sto­ria, nel­la quale gli intrec­ci cul­tu­ra­li e il supe­ra­men­to di mon­di e dis­tan­ze reso possi­bi­le dal­la scrit­tu­ra, migli­ora­no gli uomi­ni e dan­no alle loro vite nuova e diver­sa intensità”.

“Non saprei dire – com­men­ta Claudio Magris – quan­do pen­so a Octavio, se lo pen­so più suda­me­ri­ca­no, più cro­ato o più ita­li­ano, oppu­re tut­to insi­eme (…). Già il tito­lo del suo Solo gli albe­ri han­no radi­ci mani­fes­ta l’in­sof­fe­ren­za del­l’a­uto­re per l’o­ssequ­io ver­so le iden­tità rigi­de che può arri­va­re al cul­to del­l’i­den­tità razzi­ale, poli­ti­ca; insom­ma può diven­ta­re una dimen­si­one gret­ta­men­te totalizzante”.

“Perché solo gli albe­ri han­no radi­ci – dice Prenz repli­can­do il tito­lo del libro – è  una fra­se rivol­ta spe­sso a chi mi inci­ta a dic­hi­arar­mi uni­la­te­ral­men­te argen­ti­no, jugos­la­vo o ita­li­ano, aven­do io scrit­to in ques­te lin­gue e vissu­to in paesi che le par­la­va­no. Tutto nas­ce dal­la mia dif­fi­den­za per le meta­fo­re faci­li, una del­le quali fa dell’uomo un esse­re con radi­ci. Ma se si trat­ta di usa­re meta­fo­re, allo­ra per­c­hé radi­ci e non ali? Perché non pen­sa­re che l’identità possa anc­he defi­nir­si in fun­zi­one di un futu­ro da con­di­vi­de­re piut­tos­to che di un passa­to da contemplare?”

Gli albe­ri che non han­no radi­ci sono gli abi­tan­ti di Ensenada de Barragán, il paese argen­ti­no dove arri­va­no, par­to­no, ritor­na­no emi­gran­ti di diver­se gene­ra­zi­oni, pro­ve­ni­en­ti soprat­tut­to dall’Istria ita­lo-cro­ata. Che non si sen­to­no sra­di­ca­ti e strap­pa­ti alla loro ter­ra, piut­tos­to ani­ma­li ran­da­gi che ama­no ogni luogo in cui sos­ta­no, per bre­ve tem­po, a lun­go o per sem­pre, aper­ti a nuovi incon­tri, mes­co­lan­ze, congedi.

È ques­to il più auto­bi­ogra­fi­co dei suoi libri, pub­bli­ca­to in Italia da La Nave di Teseo nel 2017. Octavio ave­va scel­to le ali, rele­gan­do le radi­ci agli albe­ri, per guar­da­re luci­da­men­te la vita e reinven­tar­la con una raf­fi­na­ta vena umo­ris­ti­ca e sar­cas­ti­ca, fino alla fine. Come quan­do, un gior­no, dal let­to d’os­pe­da­le disse a Marko Kravos che anda­va a far­gli visi­ta: “Non è cer­to una gran bel­la cosa, ques­to andar alla mor­te. Poi, da mor­to, ci si ade­gua e si sta como­di. Ci si ritro­va con tan­ta bra­va gente”.

La mos­tra “Juan Octavio Prenz (1932−2019). Uno scrit­to­re tri­es­ti­no di lin­gua spag­no­la” è orga­ni­zza­ta dall’Associazione Archivio e Centro di docu­men­ta­zi­one del­la Cultura Regionale e dal­la Biblioteca Statale “Stelio Crise” di Trieste, con il patro­ci­nio del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università degli Studi di Trieste e del PEN Trieste Aps.

Sono sta­ti tra­dot­ti in ita­li­ano i suoi roman­zi La favo­la di Innocenzo Onesto, il deca­pi­ta­to (Marsilio, 2001), Il sig­nor Kreck (Diabasis, 2014) e Solo gli albe­ri han­no radi­ci (La Nave di Teseo, 2017) e le sue poesie Antologia poeti­ca (Hammerle, 2006)  e Figure di prua (La nave di Teseo, 2019).

Nel 2019 Prenz è sta­to il vin­ci­to­re del Premio Internazionale Nonino. Nella moti­va­zi­one si leg­ge: “Scrittore di asso­lu­ta ori­gi­na­lità e feli­ce­men­te appar­ta­to, Prenz unis­ce in un’opera incon­fon­di­bi­le la fan­ta­sia epi­ca del­la gran­de let­te­ra­tu­ra lati­no­ame­ri­ca­na e l’ombra mis­te­ri­osa in cui si dissi­mu­la­no i per­so­nag­gi del­la gran­de let­te­ra­tu­ra mitteleuropea”.